Ci siamo conosciuti molti anni fa, avevi ancora lo studio a Cernusco sul Naviglio. Uno studio enorme e freddissimo, anche se avevi comprato quella stufa pazzesca, faceva comunque freddo.

Temperatura media 16 gradi al massimo, credo fosse nel 2004.

Adesso con questa tua prossima mostra tornerai ad una tua grande passione che sono i motori.

Non con lo stesso mood. C’è un ritorno all’oggetto in movimento, al moto, alla trasformazione che gli oggetti ricevono nel moto.

Stai tornando ai temi della prima tua mostra che ho visto, ricordi la mostra con i pezzi di motorini, carburatori

Ah sì, è vero. In realtà non ci sono parti meccaniche, ma ho scelto di utilizzare una Vespa con tutta la sua carena. Ho rimodellato tutte le carene facendole muovere come un vestito, una pelle. Trasformata nella sua evoluzione nello spazio, la Vespa ritorna insieme e prende forma ridando vita a un nuovo oggetto che è più simile ad una vespa, l’insetto.

Anche quelle sculture erano delle scomposizioni di pezzi di motorini.

L’approccio è molto diverso, in quel caso era realistico, in senso macroscopico, gli oggetti erano ingranditi di tre, quattro, dieci volte, quindi era una sorta di studio di forme antropomorfe finalizzato a cercare una relazione fra la macchina e l’uomo. Analizzavo come una parte meccanica sia poi una parte di un organismo simbiotico che genera un’altra cosa, quindi come se gli oggetti in sé non esistessero solo nel loro uso, ma decontestualizzati, ritrasformati, avessero una vita nuova.

Il riferimento a Boccioni nelle tue opere sembra evidente.

“Forme uniche nella continuità dello spazio” e “La ballerina” di Degas sono dei riferimenti che hanno molto a che fare con la mia materia, ma in realtà per me svelano anche il primo mio approccio all’opera che è di natura pittorica, è una trasposizione di un’immagine che è più facile ottenere col disegno, perché il segno non si ferma mai e quindi il segno nello spazio occupa un piano infinito, è come se la forma bloccasse questo movimento e l’intento di Boccioni era un po’ quello, dare questa sensazione di una forma non finita, di un corpo che non finisce nel suo movimento, ma che viene ripreso nella scultura e continua nell’infinità delle suddivisioni possibili, restando comunque una scultura molto pittorica.

Matteo Negri particolare di Delle più belle le parole manco a dirle pensano di essere-2016- Installazione ambientale - Silicone-legno-luce wood

Delle più belle le parole manco a dirle pensano di essere (particolare) – 2016 – installazione ambientale, silicone, legno, luce wood – courtesy Matteo Negri

Io ho sempre ritenuto le tue opere molto pittoriche, nel lavoro del “Lego” c’è un riferimento dichiarato a Mondrian e quasi tutte le tue sculture sono dipinte.

Diciamo che questo è il fulcro della mostra a Casa Testori. La partenza delle mie opere sono dell’immagini che a un certo punto si trasformano in un “oggetto” e nell’intento di portare quest’immagine alla realtà, la mia digressione avviene tramite la scultura, attraverso la materia, quindi a secondo della materia o dell’idea che seguo, il progetto si focalizza fino a divenire un’installazione. In questa mostra in particolare questo mio intento è sintetizzato attraverso un’architettura, che permette di vedere le opere da un punto di vista suggerito, in questo modo il visitatore è accompagnato a vedere le opere come le vedo io, per essere più vicini all’immagine che ho in mente quando le progetto.

Questa è una forzatura che avevi indotto anche nei “Lego” fra gli specchi, anche lì cercavi di imporre un unico punto d’osservazione.

Sì questo è vero, i “Kamigami” sono dei cubi magici, ma il loro intento è quello di suggerire un punto di vista più felice rispetto ad altri, che sia anche in grado di orientare fisicamente l’osservatore verso la visione dell’opera.

Questo tuo riferimento alla felicità, mi fa venire in mente che le tue opere sono sempre “felici”, comunque gradevoli, non hanno mai delle componenti che disturbano, questo anche quando lavoravi alle “Mine”, sculture che rappresentavano degli strumenti di morte.

Non ricordavano la morte; dici?

No, ho avuto modo di esporle e il più delle volte l’arma non veniva riconosciuta, appariva comunque come un oggetto gradevole, il pubblico ci metteva tempo a capire che erano delle mine, degli strumenti di guerra e di morte.

Non so perché si disinnesca il meccanismo, c’è stato un periodo dove una certa idea di “brutto”, inteso come usurato, non curato potremmo dire, mi ha attratto, però era sempre una forma di sublime, non ho mai realizzato qualcosa di disturbante, di “triste”.

Nei tuoi lavori direi che questa componente non c’è mai, i tuoi riferimenti appaiono giocosi, hai utilizzato un gioco, il Lego, e anche la Vespa è un ritorno all’ adolescenza.

Questa è una modalità con cui si può leggere una parte del mio lavoro, la matrice che rende i lavori anche simpatici e felici è soprattutto il colore che è sempre presente, le mie sculture sono sempre dipinte, la componente della patinatura è costante ed è una parte fondante del lavoro, gli oggetti si presentano colorati ai nostri occhi e io li rappresento come tali.

Ma sempre in una forma ludica, nella mostra che facemmo da me, mettesti le “mine” sui tavoli da gioco e poi sul biliardo.

C’è quest’aspetto ludico, ma non è fondamentale, è quasi involontario, ma una volta compiuto il progetto, spesso mi rendo conto che ha un’apparenza quasi sempre “felice”. Forse la Vespa o il cappio o anche la gru erano i più bellicosi, ma in realtà anche queste nuove ceramiche che saranno esposte sono un po’ più belligeranti, saranno giocose nell’insieme, comunque questa cosa è una vertigine.

Sei sempre in bilico, ma poi l’aspetto gradevole e ludico prevale sempre sul tragico perché anche quando esponemmo il cappio, qualcuno mi fece notare che non era ben augurante esporlo in una sala conferenze.

Beh ci fu una grande polemica quando lo esposi in piazza a Genova, io lo proposi come nodo marinaio, ma venne letto come un cappio, come qualcosa di drammatico, l’abbinamento con il titolo di D.F.Wallace “Una cosa divertente che non rifarò mai più” ha fatto il resto.

Matteo Negri-particolare di Cinque di fiori-2016-Flora varia tropicale-irrigazione a sensori digitali-acqua-feltro-PVC-engobbio su terracotta-lu

Cinque di fiori (particolare) – 2016 – flora varia tropicale, irrigazione a sensori digitali, acqua, feltro, PVC, engobbio su terracotta – courtesy Matteo Negri

Quindi l’aspetto contenutistico che appare in deficit nel tuo lavoro, viene fuori in maniera involontaria?

L’oggetto e il suo contenuto sono sempre collegati nel lavoro, per me sono sempre un unicum, perché le opere sono continue, così come è continua la visione che tu hai delle cose, non ho mai separato i due momenti, anche perché non ho ancora capito dove si colloca l’idea dell’opera, se veramente si può dividere così come dici tu.

Possiamo dire che il punto di partenza è sempre formale, quindi per i tuoi lavori non sei mai partito da un concetto?

Se dico che tradisco la materia attraverso la sua tecnica suona esagerato?

Non hai mai pensato di trasferire il tuo sentimento religioso nell’arte?

Come necessità di vivere la realtà in una certa maniera sicuramente, così come di vivere l’arte come una risposta personale a quello per cui sono stato chiamato, alla mia vocazione come uomo e come cristiano.

E di veicolare dei messaggi?

Secondo me un approccio vero alla realtà, così come il lavoro dell’artista, le modalità con cui osserva, le sensazioni che nascono vedendo più o meno la realtà, sono religiose di fatto. La Chiesa mi educa a uno sguardo vero, come creatura, come domanda continua di significato. Se c’è una relazione tra un’opera e l’anima dell’artista che la crea, io credo, non ci si debba preoccupare di questo “messaggio”.

Questo tuo modo di vivere la vita come un dono, lo trasferisci anche nell’arte?

Questo non lo so. Dimmelo tu

Direi di sì, è l’aspetto “felice e sereno” che hanno le tue opere.

Hai sempre disposto di una grande manualità e padronanza delle tecniche, da quando ti conosco hai giocato con tantissimi materiali e nel contempo ti caratterizzi per un’estrema determinazione nel perseguire i tuoi obbiettivi.

Da un lato mi attrae moltissimo la materia, provo a modellarla, modificarla, plasmarla per progettare un’idea. A volte mi riesce e quando questo non avviene, sbagliare mi dà la possibilità di trovare nuove strade, questa è probabilmente la costante del mio lavoro. Ultimamente mi sto divertendo ad unire materiali differenti, come se in realtà fossero nati insieme. La formula installativa ha il vantaggio rispetto alla singola opera di narrare un momento senza focalizzarsi sul singolo oggetto, mi spiego: l’insieme dell’esposizione ti permette di avere una predominanza del concetto d’insieme piuttosto che sul singolo oggetto, che resta più o meno giocoso; in questo momento sto lavorando proprio su queste visioni che sono poi quelle che generano i singoli oggetti. A ben vedere le sculture sono la mia croce e la mia delizia, perché è bello lavorare sui singoli materiali o riuscire ad ottenere delle giuste o fortunate soluzioni formali e contenutistiche, però sono sempre legato a questi oggetti, mentre invece tante volte installandole insieme vince l’idea, il contenuto sul singolo oggetto. In queste stanze che vedrai a Casa Testori, propongono cinque contenuti completamente diversi l’uno dall’altro, sono cinque innesti di materiali, di storie.

Attachment-1

Veduta dell’installazione “Splendida villa con giardino, viste incantevoli” – 2016 – courtesy Matteo Negri

È una mostra che hai preparato ex-novo o comprende una parte antologica?

Tutta ex-novo, non ci sono pezzi già visti, o forse sì.

Ci vuoi anticipare qualcosa o aspettiamo di vederla?

Venite a visitarla, scarpe comode.

Quando sarà?

Sabato 21 maggio, Casa Testori a Novate Milanese.

Fra i tanti artisti che ho conosciuto hai sempre dimostrato una grande maturità e consapevolezza nel ricercare il risultato tecnico e professionale, avevi 24 anni quando ti ho conosciuto e sembravi un esperto, un veterano.

Devo tagliarmi la barba e dimagrire. Alla fine del liceo non ho mai avuto dubbi che l’arte fosse la strada della vita. Anche adesso se c’è un luogo in cui mi piace stare è lo studio, mi piace tanto stare in studio, ci starei sempre, anche tu ci vieni spesso, sei un veterano di Mac Mahon. Ci vieni per il caffè dei cinesi dimmi la verità.

Non solo, anche per rivivere i luoghi de: “La Gilda del Mac Mahon” , non per niente siamo a Casa Testori, tutto torna.

Rispetto a molti altri artisti questo ti ha portato ad essere meno incline al gozzovigliare e al bere, fai poca vita mondana.

Dai mi sono divertito, poi mi sono sposato, sono arrivate le bambine e adesso è complicata da gestire la giornata. Poi, per come concepisco il lavoro, questo ha bisogno di tempi lunghi e continue attese, quindi piuttosto che andare a 18 opening, ne vedo 10 e passo del tempo con la mia famiglia. Ho scoperto che le mostre sono aperte anche dopo il vernissage.

Dalle prime fiere dove proponemmo le prime ceramiche, all’ultimo Miart con una galleria importante, la galleria Lorenzelli, una tua opera è stata acquisita dalla Fondazione Fiera Milano. Stai ottenendo degli ottimi risultati, come anche sei riuscito a realizzare delle opere monumentali collocandole in spazi pubblici.

A Parigi, l’idea della mia gallerista era di prendere le sculture che erano già molto grandi per la galleria e di metterle in relazione con l’architettura della città. Qui è iniziato il mio rapporto col pubblico, diciamo in maniera un po’ da cartolina, installando queste opere come se fossero delle grandi cornici per la città. Poi c’è stato a Genova con ABC la proposta dello stesso lavoro, ma più pensato per le singole piazze, studiata insieme a Milovan Ferronato. Diciamo che il rapporto con il pubblico è una delle cose che più mi intriga, anche se ci sono ancora delle dinamiche nella società che rendono questi interventi ancora in parte dolorosi.

Sei riuscito ad avere un contatto diretto con il pubblico della strada?

L’arte è pubblica sempre, ma l’arte pubblica è difficile in quanto l’artista si relaziona col suo essere e con tutto il resto del mondo e quindi, in quel momento, scattano dei meccanismi che in una galleria sono controllati, mentre nel pubblico sono amplificati.

Matteo Negri-particolare di Cinque di fiori-2016-Flora varia tropicale-irrigazione a sensori digitali-acqua-feltro-PVC-engobbio su terracotta-l

Cinque di fiori (particolare) – 2016 – flora varia tropicale, irrigazione a sensori digitali, acqua, feltro, PVC, engobbio su terracotta – courtesy Matteo Negri

Il tuo studio nell’arco di questi anni è stata una grande opportunità di crescita per i tuoi assistenti.

Quando frequentavo l’accademia ho fatto l’assistente per molto tempo, uno dei motivi per cui ho scelto di diventare un artista, è stato quando grazie a Luca Doninelli ho incontrato Giovanni Frangi e sono andato in studio da lui. Ricordo che proprio mi piaceva la materia della sua pittura, mi piaceva come dipingeva, queste tele enormi, le croste di colore sulle spatole; c’era un’attrazione naturale. Negli anni dell’accademia ho fatto l’assistente per Giovanni Frangi, poi per Marco Fantini ed altri artisti, mi sono mosso tanto. Mi piacevano le loro idee, cercavo di capire perché facevano una determinata cosa.

Mi sembra che qui rispetto ad altri studi, i tuoi assistenti imparino molto.

Uso tante tecniche e loro le imparano, poi le usano magari per i loro lavori. C’è molto dialogo, penso che certe cose non potrebbero nascere senza il rapporto con loro. Ci si trova, si ragiona su come installare le opere, si definiscono le strutture, le modalità di approccio. Il bello è che alcuni dei ragazzi che hanno cominciato a venire da me cinque anni fa adesso sono degli artisti, fanno le loro mostre, penso ad Agostino Bergamaschi che farà una residenza in estate alla Massimo De Luca, oppure Andrea Bruschi che ha fatto una bellissima mostra per il festival Studi a Milano oppure Francesca Sghor che esporrà alla Fondazione Pomodoro a breve.

Non c’è una grande differenza d’età fra te e i tuoi assistenti.

Sei/sette anni, massimo dieci.

Quello che ti dicevo, sei tu che hai bruciato i tempi. Fra i tuoi maestri non hai citato il prof. del liceo Marco Cirnigliaro.

Dirò sempre: “grande Cirni!!!”, siamo rimasti molto amici anche dopo il liceo, mi sembra che anche tu lo conosca bene. Comunque secondo me se hai degli amici veri la vita è più semplice, no?

www.matteonegri.com


LORIS DI FALCO – SEI IN STUDIO ?

Loris Di Falco nasce a Milano nel 1961. Nel 1986 si diploma il pittura
presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Svolge l’attività
di pittore e designer fino al 2000, anno in cui fonda la galleria
d’arte contemporanea Obraz. Dal 2011 è mercante d’arte, curatore
ed artista.