Antropologia dell’archivio: monumento e memoria. L’altrove degli artisti con Chronorama Redux a Palazzo Grassi

Per Jacques Le Goff “La memoria collettiva e la sua forma scientifica, la storia, si applicano a due tipi di materiali: i documenti e i monumenti. Infatti, ciò che sopravvive non è il complesso di quello che è esistito nel passato, ma una scelta attuata sia dalle forze che operano nell’evolversi temporale del mondo e dell’umanità, sia da coloro che sono delegati allo studio del passato e dei tempi passati, gli storici. Tali materiali della memoria possono presentarsi sotto due forme principali: i monumenti, eredità del passato, e i documenti, scelta dello storico”.

L’archivio è per definizione costituito da documenti e allo stesso tempo rappresenta un monumento storico, non solo per l’architettura poderosa che attiene ai suoi aspetti quantitativi ma per ciò che rappresenta dal punto di vista simbolico e significante. L’archivio come materiale di indagine e come pratica è da sempre argomento privilegiato per gli artisti. Fonte di documenti, immagini e narrazioni diventa un oggetto malleabile, che attraverso prospettive e soprattutto intenzioni, assume nuove architetture. Architetture materializzate in luoghi fisici e reali – un edificio, una stanza – o in spazi virtuali – se pensiamo alle poetiche nuvole informatiche, più comunemente note come i freddi cloud computing. Luoghi che sono nel medesimo tempo, fonti cui attingere e contenitori per storicizzare il proprio passaggio. 

Eppure, nel loro utilizzo si configura anche un’azione critica nei confronti della storia, una frizione tra gli accadimenti e la sua narrazione – che è sempre subordinata da un interesse soggettivo e situata in un contesto preciso. Un’azione che delinea una frontiera tra un prima e un dopo, poiché tutto ciò che sta all’interno è già passato e ciò che viene prelevato traccia l’ipotesi per un nuovo presente. Recupera la memoria – individuale e collettiva – e ha a che fare con i concetti di dimenticanza e oblio, considerando l’epoca postmoderna in cui l’ipernarrazione fa perdere il ricordo degli accadimenti. Tuttavia, concettualmente si presenta come un altrove nel suo senso antropologico, inserito nel proprio tempo storico. 

L’archivio Condé Nast è costituito da documenti, tra raffinatissime illustrazioni e immagini fotografiche, che coprono un periodo lungo quasi un secolo. Tutto ebbe origine dalla visione di Condé Montrose Nast (1873-1906) che nei primi anni del Novecento, riuscì a acquistare una quota della rivista Vogue, che era stata fondata dalla famiglia Turnure nel 1892. Occorre guardare oltreoceano respirando l’odore di salmastro, nella distanza tra la barca e il pontile, che separa l’elegante palazzo della città lagunare, per vedere una parte di quella voluminosa collezione (una selezione di 400 immagini alcune inedite e mai pubblicate), recentemente acquisita dalla Collezione Pinault. Palazzo Grassi ospita la mostra Chronorama. Tesori fotografici del 20° secolo, curata da Matthieu Humery, raccontando circa settant’anni di fenomeni di costume, che hanno segnato epoche e stili, ma con uno sguardo diretto al presente, con la produzione di un progetto specifico Chronorama Redux realizzato con il sostegno di Saint Laurent

Per l’occasione sono stati ospitati Giulia Andreani (Mestre, 1985), Tarrah Krajnak, (Lima, Perù 1969), Eric N. Mack (Columbia, MD, 1987) e Daniel Spivakov (Kiev, Ucraina, 1996), che si sono confrontati proprio con l’altrove – l’archivio. Hanno intrapreso un percorso di re-visione di un immaginario iconico che ha raccontato le evoluzioni del costume e ridisegnato la storia dell’estetica di quasi un secolo, attraverso le pagine patinate delle riviste del gruppo e dei fotografi chiamati a interpretarle. Susan Sontag considerava il fotografo “un superturista, un prolungamento dell’antropologo che visita gli indigeni e torna indietro carco di notizie sui loro atti esotici e sui loro bizzarri indumenti. Il fotografo cerca sempre di colonizzare nuove esperienze “.

E se i fotografi e gli artisti colonizzano nuove esperienze, l’archivio diventa il luogo di un’attività esplorativa, intorno a una ricerca specifica, oppure una scoperta che ha a che fare con la casualità di un incontro. Giulia Andreani e Tarrah Krajnak lavorano abitualmente con le immagini d’archivio. La prima riprende i personaggi del XX secolo che tornano ad abitare le sue tele, la seconda usando gli archivi fotografici. Daniel Spivakov come Andreani adotta un impianto pittorico, ma se nel suo caso il colore irrompe sulla tela, la seconda sceglie un codice estetico radicale. È lo spazio che caratterizza le opere di Eric N. Mack e di Krajnak. Entrambi in maniera diversa riformulano gli ambienti: il primo vestendo il palazzo con un’installazione di stoffe che cadono dall’alto verso il cortile centrale antistante il solenne scalone, la seconda occupando un’area che diventa un’alcova-studio, in cui collocare un inventario umano prelevato dalle pagine dei giornali. 

L’archivio fotografico per sua definizione è un inventario dell’umanità. Per tutto il Novecento l’immagine e la possibilità della sua creazione e riproduzione hanno rappresentato un fenomeno nuovo. Ogni evoluzione tecnica e tecnologica agisce nel processo di formazione identitario e sociale producendo nuovi paradigmi, all’interno del processo di sviluppo culturale. La fotografia ha inciso sulla possibilità di frammentare e ricollocare porzioni di reale, da quella più documentaria o reportagistica che sono sempre vincolate a prospettive e intenti. Alle produzioni effimere e alle falsificazioni utili alla propaganda o all’arte nelle operazioni artistiche più contemporanee, se pensiamo a Cindy Sherman o Vanessa Beecroft. Del resto, la prima immagine prodotta nella storia da Hyppolite Bayard era essa stessa il primo falso della storia: un falso annegato. In ogni caso l’immensa produzione di immagini rappresenta una mappatura dei tempi, un resoconto della memoria storica, personale e collettiva. 

La scelta di invitare Eric N. Mack sembra una conseguenza naturale, considerando il suo legame con la moda e i tessuti. Raccoglie materiali dai mercati piuttosto che dalle case di moda, per realizzare delle sculture morbide e impalpabili. Residui di umanità destinata all’oblio, sottratta a quel processo di scarto tipico delle società dell’abbondanza, e che rientra in quel circolo virtuoso del riuso. Sarong prodotta per la mostra, combina tessuti leggeri e delicati, sculture sospese nell’aria i cui materiali e pattern richiamano le immagini d’archivio. Nei suoi lavori, spesso i tessuti sono il risultato di successive tinture che si avviano a diventare opere pittoriche, nonostante non utilizzi la pittura come linguaggio. Eppure, l’artista considera la sua produzione come sculture pittoriche, in cui riconoscere l’umanità di quell’altrove ritrovato. Sculture eteree per Mack diventano oggettuali per Tarrak Krajnak che, come il primo, trasforma lo spazio. Organizza l’ambiente in un’alcova-studio fotografico, impostando un percorso installativo e performativo. Si serve delle foto d’archivio come in progetti precedenti, Master Rituals I: Ansel Adam (2018) e Master Rituals II: Weston’s Nudes (2020), in cui le opere originali presentano tracce di immagini del suo corpo o di altri soggetti, generando nuove narrazioni e nuovi corpi che si delineano sulla carta. Anche in questo caso rielabora un lavoro recente RePose del 2022, recuperando pose di donne prelevate da riviste di moda. Un progetto iniziato oltre vent’anni fa, che trova coerenza perfetta con il prelievo dall’archivio Condé Nast di immagini che tappezzano parte delle pareti, formando un grande moodboard, in cui è ricreata una sala di posa che verrà attivata attraverso un’azione. 

Prelievi, riusi e assemblaggi (non solo delle immagini) fanno parte di un sistema di selezione naturale, che attinge al processo di formazione culturale umana. Nella ritualità della fotografia, si configura un’azione precisa. La frantumazione della realtà così per come la conosciamo e della memoria per come la edifichiamo, per procedere a una riorganizzazione del proprio mondo, nel tentativo di ridurre quel senso di perdita del tempo e della memoria. La relazione con le immagini rientra in un rapporto voyeuristico – oggi estremizzato e in taluni casi deviante – che alimenta l’immortalità delle stesse e il consumo estetico dell’oggetto, indipendentemente dal supporto con cui si presenta, in cui, come sostiene Zygmunt Bauman nella Modernità Liquida “è la vita vissuta a apparire irreale e continuerà ad apparire tale fino a quando non sarà a sua volta rimodellata in immagini da schermo”

Nei prelievi di Giulia Andreani i ritratti di personaggi vissuti nel XX secolo sono riattivati attraverso il tempo, restituendo una presenza fisica. Con la tecnica dell’acquerello e dell’acrilico riempie le tele con il grigio di Payne, un grigio-blu utilizzato dal pittore William Payne nel XVII secolo, disegnando un percorso estetico raffinato e elegante. Nel progetto Faboulation un’affascinante Lauren Bacall ritratta da Ralph Crane (1945) è accostata a un’immagine della Villa Malcontenta vicino a Venezia (1937) di A. Costa, i resti del colosso di Costantino di Florence Henri sono ritratti con l’atleta di Lusha Nelson e l’attrice Justin Jhonston di Sarony Studio, e le immagini di Adolf de Meyer con una foto di reportage di una Londra della Seconda Guerra Mondiale scattata da Cecil Beaton. Se Andreani si insinua con un ventaglio di sfumature di grigi e blu, Daniel Spivakov irrompe con tonalità piene e energiche. Nel fondo nero delle grandi tele realizzate, il colore esplode dando forma a figure in cui riconoscere lo scatto Horst P. Horst del 1931, che ritrae il manichino di Maurice Chavalier di Pierre Imans. Imans produceva manichini di cera utilizzati per la moda ispirandosi, in diversi casi, ai personaggi famosi dell’epoca. Oggetti che entravano di diritto non solo nelle vetrine dei negozi ma anche sulle pagine patinate delle riviste – come con le fotografie di Horst o di André Kertész – interpretando una cultura visiva che guardava alle sperimentazioni artistiche dell’epoca. [1] L’artista presenta dei lavori che singolarmente sono dittici ma che insieme diventano un trittico suddiviso in capitoli: Narcissus Three Seconds Before You Realize You’re Full of Shit, Jacob Winning God e Achilles Coming To Terms with His Mortality. Guarda al monumento-archivio e alle immagini, innescando un cortocircuito di relazioni con il presente e con le trasformazioni possibili, in cui l’esito è che ciò si vede, pur essendo sempre lo stesso (s)oggetto restituisce la sensazione di trovarsi di fronte a identità diverse. 

L’archivio è un altrove possibile. Un luogo che può essere più o meno circoscritto, più o meno definito e più o meno concreto. Uno spazio che genera un nuovo equilibrio di forme e di rapporti, ma è soprattutto un percorso e un’esperienza che contribuisce al processo di costruzione identitaria. 

Elena Solito

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[1] Come suggerisce il testo nel catalogo Chronorama. Tesori fotografici del XX secolo, edito da Marsilio Arte.


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