BUIO!, il primo volume della trilogia di TBD Ultramagazine Cattiva Luce

Quattro anni dopo la pubblicazione della prima rivista cartacea, TBD (To Be Defined) Ultramagazine stampa il suo quarto numero, in cui viene indagato il tema della luce. Se quest’ultima è in genere un fenomeno connotato molto positivamente – associato al progresso umano e a benefici apparentemente irrinunciabili – quella trattata nella rivista è invece una luce “cattiva”, a riprova dell’approccio non scontato che mantiene il collettivo di TBD. Dal titolo lampante Cattiva Luce, l’uscita sarà divisa in tre volumi, di cui per ora è stato stampato il primo dall’intestazione chiarissima: BUIO!, presentato in anteprima al recente evento bolognese Mag To Mag, fiera rivolta all’editoria indipendente.

Un po’ come nella precedente uscita – Terrore acustico, che approfondiva gli effetti violenti del suono nel quotidiano – la nuova pubblicazione analizza la dimensione più recondita e inaspettata della luce, le sue possibilità produttive, politiche e narrative. Osservando il fenomeno da angolazioni inattese, BUIO! riflette sul controllo sociale e sui risvolti nascosti esercitati attraverso una delle maggiori conquiste umane. Infatti, soprattutto nei paesi industrializzati, la luce arriva a dissipare la notte disturbando il riposo e cancellando il cielo notturno e con esso la magia dell’ignoto.

Come scrive Marshall McLuhan: «se ci mettiamo a parlare in una stanza buia, le parole assumono improvvisamente nuovi significati» (Understanding Media, 1964). Nel testo del sociologo canadese la luce è descritta come qualcosa di tangibile, in grado di creare e definire ambienti altrimenti misteriosi. Indubbiamente poche invenzioni possono considerarsi importanti quanto la lampadina a incandescenza, e da quel non così lontano 1879 il mondo non è più stato lo stesso. Viene in mente il dipinto Lampada ad arco di Giacomo Balla, dove la luce artificiale annienta la notte e appanna persino la Luna, esprimendo appieno la poetica futurista improntata verso una ottimistica e industrializzata modernità. Chissà cosa penserebbero Depero e Marinetti di LED, video 3D e telefoni cellulari.

Anche prima del XX secolo la luce è sempre stata ben vista e usata come metafora positiva, in antagonismo al buio dove si annidano mostri e timori. Ancora oggi l’horror è il genere che più sfrutta l’assenza di luce in senso negativo, soprattutto nel cinema, nonostante esistano film che introducono il buio in modo meno scontato. In Barry Lyndon, ad esempio, Stanley Kubrick gira le scene notturne solo con candele, adoperando obiettivi forniti dalla NASA e utilizzati fino a quel momento per le foto nello spazio; luce, colore e buio diventano così simboli psicologici e introspettivi oltre a indicatori temporali. Pure il più recente Collateral (2004) riesce a riproporre l’ambiente notturno in modo originale e, per realizzare il lungometraggio, il regista sfrutta alcune tra le prime videocamere digitali ad alta risoluzione capaci di filmare anche con pochissima luce, dando vita a un film che ripensa completamente la notte.

Di formato in-ottavo, anche BUIO! presenta la dicotomia notte-giorno da una prospettiva insolita, con una prima parte stampata in scala di grigi (l’editoriale e i primi sette saggi firmati da dottorandi e ricercatori indipendenti), richiamando immediatamente il mondo diurno. Quest’ultimo risulta però abbacinante e grigio, i colori desaturati non tanto per la mancanza di luce quanto per un suo eccesso. In effetti il grigio, specialmente nei suoi toni più chiari e freddi, è il “non-colore” che spicca maggiormente in TBD 4, dalla prima fino alla quarta di copertina. Al contrario, i servizi fotografici Pandemic stains, POV: I don’t care e il pezzo di Giulia Mondino sull’associazione culturale Archivio Carol Rama, sono stampati a colori su fondi questa volta neri con i testi bianchi, ribaltando i valori cromatici che normalmente sussistono tra luce e oscurità. La rivista chiude con un approfondimento critico su Gabriele Garavaglia, creativo a cui è dedicata anche la copertina. In quest’ultimo capitolo le apparenti incongruenze cromatiche delle pagine precedenti sembrano trovare una sorta di felice risoluzione e la stampa – che mostra l’opera Work sucks realizzata dall’artista – si presenta finalmente a colori su pagine bianche.

Sfogliando il magazine si ripercorre quindi un alterato percorso luminoso e cromatico, familiare a coloro che vivono bombardati costantemente dall’illuminazione artificiale. Le sensazioni suscitate dalla piena oscurità rimangono un ricordo sbiadito: i ritmi scanditi dal Sole, un sano riposo e il cielo stellato non esistono sostanzialmente più. L’ancestrale paura del buio lo ha fatto arretrare al punto che l’80% per cento della popolazione mondiale (e il 99% per cento degli europei e dei cittadini statunitensi) vive sotto un cielo perennemente rischiarato, per non parlare delle megalopoli in Cina e in Giappone. L’inquinamento luminoso è amplificato dall’utilizzo costante dei dispositivi mobili e dall’impiego di termocamere a infrarossi che operano una collezione di dati biometrici, favorendo un regime di visibilità costante. Con tutt’altro fine Laura Waddington utilizza la sua piccola DV Camera nel video Border, dove  filma la routine notturna, i tentativi di fuga e le corse in mezzo ai campi dei rifugiati afghani e iracheni. Nel pezzo di Cecilia Bima Calais. Estetiche di una frontiera viene raccontata proprio la produzione audiovisiva della filmmaker inglese, lei stessa migrante illegale.

È questo (col-)lavorare apertamente con gli artisti, integrandone la visione nel progetto, a far sì che TBD Ultramagazine sia sempre mutevole negli argomenti e nella veste grafica. Font, colori, immagini, supporti e impaginazione svolgono effettivamente una funzione espressiva e di supporto al testo, senza essere semplici vezzi decorativi. A differenza di molte riviste d’arte, TBD procede parallelamente ai contenuti: non li espone freddamente ma li incarna nel suo magazine restando al tempo stesso leggibile e comprensibile. Insomma, BUIO! riesce a informare sia nel contenuto che attraverso la forma, senza rischiare di divenire un oggetto artistico difficilmente interpretabile.

L’impaginazione essenziale e l’utilizzo di un solo carattere tipografico – lineare e neutro quale l’Helvetica – contribuiscono a restituire una rivista dal profilo grafico coerente. Efficace soprattutto la copertina elaborata da Francesco Zennaro, responsabile dell’identità visiva e grafica dell’intera trilogia, dove spicca il lettering fluido e tridimensionale con cui è scritto “BUIO”, che controbilancia il titolo definito e netto di questa quarta uscita. Una scrittura, quella di “BUIO”, che richiama il logo della rivista, la sola cosa invariata dal primo numero: un po’ trash, divertente e vaporoso ma efficace soprattutto perché associato a un carattere più moderno e neutro. Una scelta anticonformista e giocosa, a riprova dell’attenzione per la cosiddetta cultura “bassa”, fatta di eventi apparentemente futili ma capaci di cogliere lo spirito del tempo. Lo sdoppiamento del logo vuole proprio unire queste due diverse componenti – certe tematiche specialistiche, affrontate con la dovuta serietà, e fatti a prima vista superficiali – tentando di farle coesistere fuori dai canoni tradizionali.

Soprattutto in relazione a TBD Ultramagazine 3 Terrore acustico (una busta in plastica dalla grafica davvero eye catching contenente un posterino piegato, una breve brochure spillata e le suggestive tracce musicali del trio dTHEd) colpisce il drastico cambio di rotta progettuale, questa volta più tradizionale almeno all’apparenza. È specialmente questa versatilità che fa apprezzare l’atteggiamento fresco di un collettivo “in stile idra”, con tante teste in una sola redazione, che non ha una sede fissa e varia le sue collaborazioni di numero in numero, e sa pure scavare a fondo nelle questioni trattate. Il tutto senza apparire ampollosi, a riprova del fatto che anche in ambito critico-artistico e curatoriale è possibile andare al di là della mera esposizione, creando al contempo una bella forma e offrendo l’accesso a contenuti inediti.

Non trovando una collocazione precisa nel contesto mainstream, TBD costruisce un progetto indipendente la cui natura eteroclita viene già esplicitata nel titolo: editoriale (magazine) e curatoriale (ultra), cercando di riflettere sull’unione di più discipline, metodologie e formati. Ne risulta un prodotto che unisce la ricerca alla sperimentazione artistica e l’editoria tradizionale alla free press, il tutto racchiuso in una veste grafica versatile. Fermo restando che la rivista è soprattutto interessante da leggere, BUIO! conferma le scelte del collettivo, non conformandosi alle connotazioni tipiche di molti stampati specialistici e anzi rovesciandone alcune. TBD Ultramagazine muta infatti la consueta relazione fra artista, curatore e critico in favore di un lavoro condiviso e di un dialogo più serrato e orizzontale. Il magazine va oltre attraverso un fecondo scambio con gli artisti, non semplicemente citati o intervistati ma chiamati a creare opere integrate nell’indagine critica.

Il portale web di TBD Ultramagazine funge contemporaneamente da supporto e da complemento alla rivista cartacea, concepita come un archivio stampato di un’operazione editoriale all’inizio sbocciata solo sul sito. Infatti, dopo la pubblicazione dei primi articoli online, TBD lancia il progetto artistico Ultra su web: all’epoca la scelta era dettata soprattutto dalle disposizioni dovute all’emergenza sanitaria COVID, raggiungendo così senza problemi i lettori. Successivamente viene ridata centralità al supporto fisico, con un lavoro editoriale di approfondimento e pubblicazioni estranee alle tipiche dinamiche “mordi e fuggi” proprie della dimensione virtuale.

Il sito internet resta però prezioso: contiene i progetti Ultra realizzati attraverso media digitali o caricati su piattaforme online, come Die Verwandlung di S()fia Braga (issue 1), Come Out di Beatrice Favaretto (issue 2), Arkanian Shenron. Broadcasting from cosmic rays di Luca Pozzi e 40 dittatori – a dictator is forever di Paolo Ciregia (entrambi in X-POST). Oltre a offrire la possibilità di acquistare le riviste – comunque reperibili in diverse librerie italiane – la pagina web raccoglie i lavori svolti e anticipa quelli in arrivo: proprio sul sito e sui social è stata infatti veicolata l’open call di BUIO!.

To Be Continued (in the next issue).

A cura di Simone Macciocchi


www.tbdultramagazine.com

Instagram: tbd.ultramagazine