Da BUILDING va in scena “I castelli nell’ora blu” di Jan Fabre

Segni liberi dalle imposizioni formali, strati di linee e curve di colore blu, come il mare dell’opera Un castello nel cielo per René, omaggio a Magritte o  come il cielo de Il Castello dei mie sogni in Turnhout 2018, installazione realizzata per la galleria sul lucernario. Il blu appare al crepuscolo, nella zona di passaggio tra il giorno e la notte, il momento in cui si incontrano in un apparente stato di quiete, l’ora blu, teorizzata dall’entomologo e naturalista francese Jean Henri Fabre.

Ha origine da queste considerazioni la natura delle opere di Jan Fabre, classe 1958, artista visivo e teatrale, personalità poliedrica e controversa. Teatrale è la sua arte costituita da un nutrito paesaggio di artropodi fiabeschi o creature teratologiche con insolite forme e espressioni. Come fantastico è il suo mondo disegnato con la penna Bic, oggetto nato da un’invenzione di Lazlo Josef Birò e brevettata da Marcel Bich (a cui deve il nome), che diventa opera autonoma e non solo tecnica.

I Castelli nell’ora blu di Jan Fabre, è la prima mostra personale a Milano dell’artista. Realizzata da BUILDING, curata da Melania Rossi, è visitabile, fino al 22 dicembre, presso due sedi diverse per struttura e tipologia. La prima, uno spazio bianco e moderno si affaccia di fronte a uno dei templi del lusso. La seconda è la Basilica di Sant’Eustorgio, aperta per la prima volta a un’opera di questo genere, insieme alla Cappella Portinari, già utilizzata per mostre di arte contemporanea. Ambienti sacri, ricchi di storia e di simbologie, si legano a un filo invisibile con i lavori dell’artista tra quadri e fotografie, sculture e installazioni alcune inedite.

Il suo è un percorso visivo, ideale e fisico, rintracciabile nello spostamento tra i luoghi e nel procedere artistico di Fabre. Una pratica costituita da movimenti ripetitivi che creano intersezioni, spaziature di pieni e vuoti impresse sulla carta in un paziente lavoro di ricognizione cartografica. Mappe inglobano insetti (autentici), reminiscenze degli studi entomologici che rendendo i disegni quasi scultorei. Corpi che nella metamorfosi della visione diventano foglie, castelli e simboli immaginifici tracciati idealmente dalla mente dello spettatore.

I castelli sono reali, invece, nelle fotografie (Monopoli 2012 e Wolfskerke 1997), colorati di blu con interventi pittorici ottenuti con la tecnica della penna. Dodici come le ore del giorno e della notte, sono le stampe cibachrome dei diversi momenti della giornata, cromie della luce e del buio sul castello di Tivoli, 1990, a Mechelen. Si tratta di un lavoro di totale ricopertura da biglietti con scritte blu, dell’architettura di una residenza privata che ripercorre la temporalità delle stagioni, in una trasformazione e scomposizione dell’opera forzata dalla natura. Un divenire constante documentato anche da un video presente in mostra.

Esempi di collage in Tivoli (Collage) 1991, sette opere con un insolito sfavillante sfondo argentato, come sette sono i giorni della settimana mentre il blu ritorna materico nelle opere scultoree. I busti in gesso dei tre saggi persiani all’ingresso (Building), colorati con mani e inchiostro bic, in stretta connessione con la Basilica di Sant’Eustorgio dove si troverebbero le spoglie dei re magi e nelle terminazioni delle pagaie della Canoa, 1991 in vetro di Murano (Cappella Portinari).



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Il dialogo si fa più intenso e interpretativo proprio nel luogo più sacro destinato ai fedeli, che ospita per la prima volta, Un castello nel cielo per René, l’enorme telo di seta del 1987 rimasto fino a oggi inedito. È un omaggio a Le chateau des Pyrénées di Magritte, dipinto in cui un masso con un castello al suo culmine, si trova sospeso tra cielo e mare. Nella versione di Fabre il confine tra i due elementi è completamente annullato. La scena è sommersa da un immaginario diluvio universale sotto il quale spuntano teschi e ossa e nel vagheggiamento della visione, ricorda, la furia delle erinni e la ripopolazione della terra con le “ossa” della grande madre nella metamorfosi ovidiana.

Ossa di vertebrati, uomini compresi, compongono un’imbarcazione congolese, Canoa 1991, con le pale dei remi ricavata dai calchi delle mani di migranti (Cappella Portinari). La barca diventa elemento di congiunzione ideale con il bassorilievo Il Miracolo della nave, dell’arca di marmo di San Pietro Martire di Giovanni di Balduccio e con il ciclo degli affreschi quattrocenteschi di Vincenzo Foppa, nelle lunette l’Assunzione di Maria e l’Annunciazione. L’opera suggerisce un dialogo metaforico nel suo essere ponte con la dimensione celeste, cammino tra le difficoltà umane e fotografia attuale di un fenomeno migratorio in cui il mare è via e spesso epilogo tragico di quel flussi.

Tra simbologie religiose e spirituali, il lavoro dell’artista pone una serie di interrogativi e riflessioni mettendo in discussioni i valori di ciascuno e aprendo a una molteplicità di letture. Vi è però anche, una leggerezza rintracciabile nel suo universo utopico e fantastico attraverso la linea blu che avvolge lo spettatore nello spazio della finzione scenica e in quel passaggio crepuscolare tra il giorno e la notte (l’ora blu) dove ogni forma è possibile.

Elena Solito


JAN FABRE

I Castelli nell’ora blu

22 settembre – 22 dicembre 2018

BUILDING – Via Monte di Pietà 23, 20121 Milano

www.building-gallery.com

Instagram: building.gallery


Basilica di Sant’Eustorgio e Cappella Portinari P.zza Sant’Eustorgio, 1 – Milano

www.santeustorgio.it


Caption

Installation view at Building, Jan Fabre, I Castelli nell’Ora Blu, 2018 – Courtesy Building, ph Attilio Maranzano

Installation view at Building, Jan Fabre, I Castelli nell’Ora Blu, 2018 – Courtesy Building, ph Attilio Maranzano

Installation view at Basilica di Sant’Eustorgio, Jan Fabre, I Castelli nell’Ora Blu, 2018 – Courtesy Building, ph Attilio Maranzano



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