C’è Bruma all’Ex Centro Climatico Marino.

“Fa caldo!” dice il “milanese imbruttito”, che non sono io dato che a Milano ci vivo e basta e imbruttito non lo sono assolutamente. Anzi direi imbellito e ingrassato dalla vita d’artista. Anche ringiovanito. Però basta! È estate, dieta! Ero in Emilia ieri per la mia mostra al Pac di Novi e c’erano trentasette gradi. Oggi sono in Romagna per Bruma, un progetto collettivo curato da Marco Samorè. Trentaquattro gradi umidi, almeno fino a mezzanotte. Però qui c’è tanta bella gente; super fashion e spiagge.

Per questo tour di mostre Giulio Zanet  ha accompagnato e aiutato me al montaggio della mia personale e io ho aiutato lui a installare a Milano Marittima. È stato bello. Come sempre quando lavoriamo insieme. Grazie.

Ex Centro Climatico Marino, uno spazio dismesso, inutilizzato prima e ri-utilizzato oggi dal collettivo Magma che si occupa di portar a miglior vita vecchi edifici abbandonati, ma comunque agibili, del territorio, organizzando mostre di arte contemporanea, in piena e accesa convivenza con eventi musicali e cocktail bar che accompagnano la visita fino a notte. Tutto è incluso nel pacchetto Modulo Fest che con queste combinazioni di “intrattenimento culturale vario”, rivisitano e rimappano spazi dimenticati restituendogli antico splendore.

Bruma
Courtesy David Casini

L’intento, ben riuscito, del curatore, in stretta sintonia con Magma, era quello di strutturare una collettiva che esplori il nesso tra l’opera d’arte e un ambiente irregolare.

L’edificio, una colonia, eretto negli anni trenta dai Frati Camilliani, è rimasto nel tempo integro e agibile, ma chiuso e abbandonato, per anni nell’ombra, in mezzo al cuore di una Milano Marittima sempre pulsante.

Percorro l’Ex Centro Climatico e sulla sinistra una tenda nera, una stanza buia, dei suoni. Apro, entro, è l’installazione di Carolina Martinez (Forlì, 1991), nove foto illuminate a wood, frammenti del luogo circostante e dei suoni, che mi racconta l’artista, sono la traduzione delle immagini scattate, icone che diventano codici. Entrare è come ri-vivere una sorta di passaggio dimensionale del luogo, nel luogo stesso. Esco, mi giro, la vecchia cappella del Centro, la Via Crucis sulle pareti e delle lampade a muro, in stile liberty, che sembrano delle piccole arpe, anzi lire, a terra un intervento di Sergia Avvenuti (Lugo, 1965). L’artista ha raccolto elementi (mobilio e oggetti) che trovava all’interno della struttura e gli ha ricodificati usandoli come plinti per le sue piccole sculture e per i suoi interventi con vari materiali; camminandoci in mezzo sembra di assistere a una sorta di mappatura astratta di un luogo sacro. In fondo alla cappella, una piccola stanza, l’ex sacrestia? Non so, fatto sta che ci sono due specchi di David Casini (Montevarchi, 1973), cosmici. In uno ti rifletti e l’intervento dell’artista diventa una sorta di immissione nella veduta e nell’azione dello specchiarsi, l’altro, in alto come una figura religiosa, specchia la parete frontale simultaneamente a un intervento geometrico che seziona e astrae quello che si riflette. Sull’ultima parete tre sculture di Marta Pierobon (Brescia, 1979) ispirate dal proustiano “Sodoma e Gomorra” dove si descrive la gestione di avvenimenti gaudenti e pubblici creati dalle signore di un certo ceto sociale. “Paoline”, un progetto che parla del ruolo della donna nel cosmo della cultura, del sociale, e della politica.

Bruma
Courtesy Sergia Avvenuti

Torno indietro, c’è un piccolo corridoio parallelo a quello principale, a destra, prima della prossima stanza, trovo un vecchio appendiabiti in legno, con una mensola e un portaombrelli, tutto nello stesso impianto, fantastico! Entro nella stanza e trovo l’inserimento della pittura di Giulio Zanet (Collereto Catelnuovo, 1984). Un innesto nella grande camera che diventa opera, come se le pitture a smalto, spesso installate senza telaio, si plasmassero nell’ambiente e si trasformassero a seconda del clima umido, dipinti che potrebbero essere sempre stati li a colmare, con il tanto colore, quel silenzio assoluto. Il pittore sfrutta anche lui quello che già c’era: due poltrone diventano forma pittorica e pausa dove potersi godere il tutto.

Ritorno indietro, in due stanze, una grande, una piccola, scopro le figure di Kensuke Koike (Nagoya, 1980), un’indagine sull’immagine come dichiarazione di se stessa in quanto avvenimento assoluto. Carte rielaborate con la tecnica del collage dove la figurazione presente si distorce creando una nuova sintesi, un’icona esclusiva inclusa nel decoro della stanza come intimi poster dell’esistenza umana.

Bruma
Courtesy Kensuke Kioke

Nell’ultimo spazio, in fondo, è allestito un piccolo cinema con le panche della cappella. La proiezione riguarda un lavoro di Mario Gorni (Pergognana 1948), un documentario dal titolo “As Soon As Possible. Performance loop”, che racconta lo sviluppo creativo di The class of Marina Abramovic, una mostra al PAC di Milano del 2003 dove un gruppo di artisti, guidati da Marina Abramovic, danno vita a perfomance e living installations usando il corpo come catalizzatore tra la persona e il territorio circostante.

Dopo il percorso espositivo un grande evento musicale, il primo di una serie di momenti che animeranno l’edificio rompendo il silenzio degli anni che furono, il cortile, ripulito e adibito a luogo di permanenza e pausa, è occupato da tanti gazebo strutturati in maniera molto minimal: scheletri di cubi in legno ricoperti da teli di cotone per riparasi dal sole e dalla guazza notturna, dentro, le sedie per bambini recuperate dalla colonia, diventano sedute per godersi la serata dopo tanta energia creativa. Le strutture all’esterno sono state progettate dai Locarc, un collettivo di architetti che immagina e realizza soluzioni adatte ai luoghi con modelli geometrici identificabili.

Michael Rotondi

BRUMA

a cura di Marco Samorè

24 giugno – 3 luglio 2016

Ex Centro Climatico Marino – Viale II Giugno 67 – Milano Marittima

 Info:  www.magma.zone

 

 

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