BANGARANG! Teatro e lotta al Mattatoio di Roma

Il 28 ottobre è stato messo in scena, al Mattatoio di Roma, uno spettacolo intenso che ha fatto vacillare il pubblico in sala per la potenza espressiva di un testo-manifesto interpretato da un gruppo di under 25 non professioniste di Scomodo e dall’artista Giulia Crispiani. Si tratta di BANGARANG!, produzione inedita realizzata all’interno della programmazione della XXXVI edizione del Romaeuropa Festival e curata dalla piattaforma LOCALES (Sara Alberani, Valerio Del Baglivo e Marta Federici).

Entrando nella sala due del Mattatoio, centro dedicato alle arti performative nel quartiere di Testaccio, si ha subito l’impressione di non stare assistendo a uno spettacolo convenzionale. L’atmosfera è buia e il palco è dominato da una serie di striscioni a tinte sgargianti che subito rimandano a un clima di protesta. Su tutti si erge, nella parte più interna, come a fare da sottofondo, la scritta in bomboletta spray che recita:

“Nel buio siamo in tante”.

Ai lati dei lunghi drappi viola e arancio, parole incise evocano una lotta quotidiana e collettiva, sentita non solo a livello razionale ma esperita anche a livello corporeo e, per questo, estremamente reale:

“sguardi, dettagli, riflettori, limiti, orientarsi, definirsi, battiti, respiro” e poi “festa, protesta, contatto, coro, urla, fiato, ansimare, sollievo”.

Il titolo dello spettacolo è BANGARANG!, il grido di Peter Pan e dei bambini sperduti del film Hook: Capitan Uncino. Cinque corpi di giovani donne occupano lo spazio, disponendosi in mezzo agli striscioni, vestite in jeans e maglietta e munite dei loro telefoni cellulari. Per prima cosa, una di loro prende la parola e spiega l’azione successiva: le performer eserciteranno, prima dell’inizio dello spettacolo, qualche minuto di silenzio alla luce dell’affossamento del dibattutissimo ddl Zan, avvenuto proprio il giorno precedente.

Il dissenso di questa generazione verso le discriminazioni di genere è indicativo di una presa di posizione ben precisa che identifica chiaramente una netta separazione ideologica fra loro e i cosiddetti boomer (gergo giovanile che usa come riferimento la generazione dei baby boomer – nati fra il 1946 e il 1964 – per indicare ironicamente e spregiativamente persone che mostrino atteggiamenti o modi di pensare ritenuti ormai superati dalle nuove generazioni).

In scena si susseguono voci diverse, ognuna racconta un frammento della propria vita, aneddoti personali che rimandano a desideri e sogni, come a paure e incertezze. Ad accompagnarle, i battiti di una batteria che si accorda in maniera cadenzata ai respiri delle performer che leggono i testi dagli schermi dei loro smartphone.

Il lavoro di scrittura è avvenuto durante i mesi precedenti alla messa in scena attraverso un percorso laboratoriale, che si è svolto in un momento di graduale apertura dopo un lungo periodo di costrizioni imposte dallo scenario pandemico. In questo processo Crispiani ha coinvolto le giovani performer che gravitano intorno alla comunità di Scomodo – progetto editoriale under 25 iniziato nel 2016 a Roma e ramificatosi nel tempo in varie città italiane – facilitando l’espressione individuale e creando spazi di riflessione comune per restituire una narrazione corale.

La partitura risulta pertanto intima e personale ma allo stesso tempo partecipata e collettiva. Nella prima parte si assiste alle singole soggettività che prendono la parola, accendendosi nell’oscurità dello spazio scenico. Ci sono momenti in cui i corpi si avvicinano, si toccano, si stringono insieme, prima di ritornare al proprio posto, nel loro angolo di buio.



previous arrow
next arrow
Slider


In seguito, si passa a un intervento dove a essere protagoniste sono delle sonorità registrate, fatte di altre voci esterne, che rispondono in maniera estremamente diversa a una domanda tanto banale quanto difficile: che cosa è per te l’amore.

La possibilità di esprimersi su tematiche che riguardano la relazione del sé con l’altro da sé e il prendere parte in maniera attiva a questa relazione attraverso la condivisione del proprio mondo interiore, sembrano essere il perno centrale della produzione stessa.

In ballo c’è una visione che richiede comprensione, unione e alleanza e che si oppone fermamente a separatismi dettati da norme e convenzioni che non appartengono già più ad alcune fasce della popolazione, soprattutto a quelle più giovani.

Sul finale Crispiani raggiunge in scena le performer e insieme vanno a comporre un cerchio dove viene letto un testo scritto da tutte loro. La parola scritta è veicolata attraverso un rituale collettivo, una sorta di preghiera che emana forza e coesione nel contesto di grande disorientamento dettato dai tempi correnti:

“Vogliamo uno spazio per la protesta, un campo aperto alle contraddizioni, arriviamo come un coro coerente, insieme ai noi che non vogliamo, in un abbraccio ci sciogliamo e galleggiamo compatte”

La dichiarazione di intenti poetica di Giulia Crispiani e Scomodo è a tutti gli effetti una protesta che viene portata dalla dimensione tipica della strada all’interno di un teatro. Lo spazio dell’arte si presta, dunque, a essere un luogo in cui si può esercitare una forma di dissenso e, allo stesso tempo, di costruzione d’identità impermanenti. La lotta proposta dall’artista e dalle performer si fonda sul reciproco ascolto e cerca intersezioni piuttosto che divisioni, ma non per questo è da considerare meno urgente e incisiva.

Nella prefazione a L’Anti-Edipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari, intitolata Introduzione alla vita non-fascista, Michel Foucault insiste sulla necessità di una disposizione gioiosa per la rivoluzione: “non crediate che si debba esser tristi per essere dei militanti, anche quando la cosa che si combatte è abominevole. È ciò che lega il desiderio alla realtà (e non la sua fuga nelle forme della rappresentazione) a possedere una forza rivoluzionaria”.

Questo pensiero sembra legarsi al finale di BANGARANG!, che si conclude con l’invito delle performer agli spettatori a ballare e a gioire con loro in mezzo al palco, partecipando a quella che è diventata, a tutti gli effetti, una festa. In questo senso la festa appare come un prolungamento e controparte necessaria della protesta, in quanto spazio in cui stare, sentire e agire insieme agli altri.

Ginevra Ludovici


Instagram: mattatoio

Instagram: leggiscomodo

Instagram: g.crispiani

Instagram: localesproject


Caption

BANGARANG!, Giulia Crispiani e Scomodo, 2021, a cura di Locales, Romaeuropa Festival, Roma. Ph Cosimo Trimboli