AU-thentic (underground) ZINE: AUZINE, la fanzine sotterranea di Vienna 

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Chi conosce Vienna e ha a che fare con la sua scena underground, l’arte sperimentale e l’ambiente queer, conosce sicuramente AU: uno spazio aperto, una galleria e un club che dal 2012 al 2019 ha ospitato oltre duemila eventi, tra concerti, mostre, letture, performance, workshop e conferenze, il tutto senza ricevere sostegni ufficiali e senza costi d’ingresso.
La pubblicazione AUZINE non solo documenta i sette anni di vita di AU ma svela le molteplici sfaccettature della subcultura viennese, testimoniando la dedizione di molte persone alla scena indipendente. AUZINE è dunque: libro, fanzine, raccolta, documentazione, istantanee, frammenti di memoria e un illuminante studio sulla cultura alternativa.

Benché scarsamente approfonditi, i fenomeni sotto- e contro- culturali rappresentano un importante tassello del panorama austriaco, comprendendo una vasta gamma di manifestazioni artistiche, dalla musica al teatro, dalle arti visive all’editoria indipendente. Oltre a musei e gallerie istituzionali, Vienna continua la tradizione inaugurata dalla Secessione Viennese alla fine del XIX secolo, portando avanti una scena artistica alternativa fatta di gallerie, spazi espositivi e progetti volti alla sperimentazione e al rinnovamento. Un quadro dinamico e in continua evoluzione che incoraggia l’autenticità e la creatività, e in cui le voci marginalizzate hanno l’opportunità di essere ascoltate e apprezzate.
Le correnti anticonformiste spesso si interessano a temi sociali e politici, e Vienna non fa eccezione, con attivisti che esprimono ad alta voce il loro punto di vista per cambiare la società. È un ambito in cui la musica gioca da sempre un ruolo da protagonista spaziando dal punk al rock, dal metal all’elettronica, dal rap alla musica sperimentale. Tra i vari luoghi emblematici del sound underground viennese spiccano sicuramente i longevi: Rhiz, Chelsea, Flex, Fluc, e Arena. Il primo – club e sala concerti – è noto per la sua varietà di proposte, dall’elettronica all’indie rock e jazz. Tra l’altro il locale rappresenta una piattaforma per gli emergenti e da anni li sostiene, pubblicando anche un blog e una fanzine. Il Chelsea nasce invece come ritrovo alternative punk; dal 1986 vi si esibiscono band locali e internazionali, rendendolo una meta obbligata per gli appassionati. Nel settembre 1994 viene chiuso con la forza, a causa di vari problemi con i residenti e le autorità, per riaprire nel giugno del 1995 tra gli archi della Stadtbahn.
Una delle discoteche più famose di Vienna è il Flex. Fondata nel 1990, cinque anni dopo si trasferisce in una galleria dismessa della metropolitana lungo il Danubio e da allora non ha mai smesso di proporre musica. Se all’inizio era predominante l’orientamento rock, oggi dà maggiore spazio a techno e dub.
Il Fluc è un ulteriore riferimento per l’elettronica e le sonorità all’avanguardia; oltre a DJ set e concerti live, offre spazi espositivi per artisti e performance multidisciplinari.
Arena, infine, è un centro culturale polivalente che comprende club, aree espositive e molto altro. Fondato nel 1976 si converte da subito in uno dei fulcri della nightlife viennese, con festival, concerti, mostre, spettacoli teatrali nonché attività sociali e politiche. 

Anche se AU è relativamente giovane rispetto agli esempi precedenti (apre nel 2012), ne condivideva l’obiettivo comune: sostenere l’espressione creativa fuori dagli schemi. Infatti, benché ogni locale possedesse una sua identità unica, tutti lavoravano per creare una rete di sostegno reciproco, contribuendo a plasmare la variopinta identità del territorio.
“Au” in tedesco significa “terra presso o sull’acqua; isola”. Esiste effettivamente una penisola sulla sponda meridionale del lago di Zurigo a sud della quale si trova un piccolo lago, nel comune appunto di Au. Come l’omonima località, il club (au)striaco rappresentava una sorta di isola nell’eterogeneo mare delle culture metropolitane: uno spazio versatile dove era possibile esibirsi senza temere giudizi.

AUZINE è molto più di una semplice testimonianza stampata dei sette anni di fervore all’interno di AU: è un mosaico di memorie, uno scatto fotografico nel tempo e uno studio delle sfaccettature metropolitane. Con le sue 548 pagine, copertina rigida serigrafata e un layout da fare gola a molte librerie glamour, il libro è il risultato dello sforzo di raccontare e celebrare la cultura alternativa. Co-finanziata da 133 sostenitori tramite crowdfunding, la pubblicazione vede la luce il 13 febbraio 2021 in tre lingue – tedesco, serbo-croato-bosniaco e inglese – diventando probabilmente una delle fanzine più voluminose al mondo e il documento storico più completo sul dinamico panorama sotterraneo viennese degli anni 2010.
Il fondatore di AU Michael Podgorac ha dedicato due anni a questo progetto editoriale e Ivan Antunović ne ha curato la grafica; a lui si deve la scelta dei titoli dalle forme moderniste. Ottantasette fotografi e ventotto artisti – illustratori, fumettisti e altri artisti visivi – vi hanno pubblicato le loro opere, molte delle quali riprendono le grafiche di flyer e poster per gli eventi di AU. Trenta autori hanno redatto i testi mentre in diciotto si sono occupati delle traduzioni. Per la maggior parte, tutti hanno lavorato senza retribuzione o dietro compensi simbolici. Infine, in collaborazione con Vinylograph e Transformer, è uscita una compilation speciale rispettivamente in EP e su musicassetta, contenente brani di: Two Pigs Under One Umbrella, Ausländer, Nino Šebelić, Mala Herba e Soda & Gomorra.
Sfogliare AUZINE è un po’ come fare un viaggio nel tempo prima dell’esplosione di Covid19, che ha contribuito purtroppo alla chiusura di numerosi locali. Anche prima del 2020 era comunque estremamente difficile mantenere in vita luoghi del genere e proprio in AUZINE Heinrich Deisl – docente all’Accademia di Belle Arti di Vienna – ne parla: «La pandemia di Covid19 che imperversa dal 2020 ha gettato il settore degli eventi e quindi i luoghi nella crisi più grande che abbia mai vissuto. Ci vorrebbe un chiaro impegno politico nel proteggere e sostenere anche quei luoghi che producono capitale culturale serata dopo serata, contribuendo a un’opinione pubblica critica e promuovendo strutture sociali all’avanguardia […]».
Dal canto suo Michael scrive un’introduzione su AU e sui concetti socio-politici che ne hanno plasmato l’identità: da un’autogestione anti-gerarchica alla filosofia anticonsumistica, dall’inclusività alla non violenza: il tutto entro un grande amore per la sperimentazione. Viene raccontata anche la storia degli altri club viennesi, i loro eventi e le rispettive filosofie; ritratti di artisti, luoghi, interviste e storie dal 20 settembre 2012 al 18 settembre 2019.


Michael, puoi dirci qualcosa in più su di te?

Mi chiamo Michael Podgorac ma sono conosciuto anche come Mikal Maldoror. Sono nato a Monaco di Baviera e cresciuto a Prnjavor e a Banja Luka, in Bosnia Erzegovina. Successivamente ho trascorso un po’ di tempo a Belgrado, dove ho studiato e lavorato prima di stabilirmi nel 2005 a Vienna. Qui ho iniziato un dottorato in Scienze Sociali ed Economiche e intrapreso un percorso di studi su Teatro, Cinema e Media all’Università. Tuttavia non ho mai completato questi percorsi formativi soprattutto a causa del mio impegno entro la vita alternativa viennese e poi per l’apertura di AU nel 2012. Già nel 2008, infatti, avevo partecipato alla fondazione di LINE IN, un’associazione dedicata all’arte e alla multiculturalità. La cultura indipendente mi interessa da sempre e perciò ho sostenuto spazi, progetti ed eventi senza scopo di lucro, impegnandomi soprattutto nelle questioni culturali relative ai migranti. Dopo aver gestito AU dal 2012 al 2019, ho voluto pubblicare AUZINE per documentarne le attività, offrendo al contempo uno spaccato dei fenomeni sotto- e contro- culturali.

Oltre a ciò, dal 2019 sono alla guida della produzione di WIENWOCHE, festival di arte e attivismo mentre dal 2020 lavoro come coordinatore di Brunnenpassage, uno spazio artistico e sociale; da lì sono stato coinvolto nella direzione dell’iniziativa “Bunker 16 – Erinnern in Zukunft”. Per quel che riguarda la mia produzione creativa, mi muovo tra film sperimentali, video musicali e progetti grafici; amo anche suonare la batteria.

LINE IN sostiene e promuove artisti emergenti e creativi indipendenti fornendo loro visibilità. In che modo AU era in relazione con LINE IN?

Presentando eventi, recensioni e interviste con artisti individuali e band, LINE IN supporta efficacemente la variegata scena musicale urbana. Finché aperto, AU è stato strettamente interconnesso a LINE IN: entrambi guidati da valori condivisi e da una comune passione per la cultura non istituzionale. In quanto piattaforma volta alla promozione di eventi musicali e culturali, LINE IN ha trovato un alleato naturale in AU, un palcoscenico ideale per molte manifestazioni. La sua atmosfera aperta e inclusiva ha perfettamente integrato l’ethos di LINE IN, che dal canto suo contribuiva a curarne le performance. Questa sinergia ha rafforzato entrambe le identità dimostrando il potere della collaborazione e l’importanza di sostenere artisti e imprese fuori dal coro. 

Certamente, oltre a LINE IN, AU ha mantenuto rapporti con più realtà tra cui Ditiramb e Buch im Beisl creando una rete articolata, sempre inclusiva, per diffondere programmi sperimentali: spettacoli, letture, concerti, workshop, dibattiti, ecc. Ogni iniziativa ha apportato la sua personale visione e coinvolto la rispettiva comunità, contribuendo così alla diversificazione dell’offerta. 

Quindi AU non era “solo” un locale. In che modo, più precisamente, ha supportato la cultura indipendente?

Si trattava effettivamente di un progetto multisfaccettato. In sintesi l’offerta di AU comprendeva: la disponibilità di uno spazio e di un pubblico affezionato, l’opportunità di esibirsi e il supporto organizzativo, la promozione dell’evento entro una comunità egualitaria e socialmente consapevole.

Il fondo si trovava a Vienna in Brunnengasse 76 e artisti, collettivi e associazioni vi potevano accedere liberamente per sperimentare ed esibirsi. Restava primario l’aspetto collaborativo: AU stimolava attivamente il networking, interfacciandosi con etichette, gruppi e singoli promotori. Ci siamo sforzati di unificare varie associazioni e appoggiare lo scambio interculturale; attraverso le nostre iniziative, persone di ogni età e provenienza hanno trovato sostegno e di questo siamo molto orgogliosi.

Ci tengo a sottolineare che AU operava libero dall’influenza di partiti politici, chiese o corporazioni capitaliste, mantenendo un approccio coerente e costante. Il pubblico non era obbligato a effettuare acquisti e l’ingresso era gratuito per la maggior parte degli eventi, anche se con contributi volontari incoraggiati. In AU si è sempre puntato a un approccio non gerarchico e tutti hanno goduto delle medesime opportunità a prescindere da background e status sociale. Sostenendo valori come la solidarietà, la cooperazione, il rispetto e la partecipazione diretta, le persone vengono sensibilizzate sulle questioni sociali e politiche, agevolando il senso di comunità e di responsabilità collettiva.

Quindi – secondo te – c’è ancora bisogno di spazi liberi, svincolati dalle logiche consumistiche e commerciali?

Assolutamente sì. Sono ambienti che aiutano a preservare e a celebrare le arti, i mestieri e varie pratiche culturali, che altrimenti rischiano di svanire di fronte alla globalizzazione e al capitalismo imperanti. Fungono da catalizzatori per il progresso, arricchendo la società di prospettive e incoraggiando un “ecosistema” culturale più aperto e vivace. Per coltivare più punti di vista sono imprescindibili centri di ritrovo, soprattutto per chi non ha accesso ai circuiti istituzionali o non ne condivide l’etica, mi riferisco soprattutto agli emarginati e agli immigrati. L’inclusività arma sicuramente scenari più ricchi e interessanti rispetto all’omologazione della cultura dominante, le cui norme e valori spesso limitano il pensiero e la libera espressione creativa. Al contrario gli spazi indipendenti garantiscono emancipazione, ridefiniscono i confini di ciò che è “bello” e “artistico” senza temere censure o pressioni commerciali.

Per sua natura il sistema spinge verso il rafforzamento di narrazioni specifiche trascurando o distorcendo esperienze e storie che si discostano dall’ordinario; a queste è importante invece dare voce proprio perché sottorappresentate; solo così è possibile comprendere meglio tutte le sfumature del sostrato sociale. L’autogestione incoraggia la sperimentazione e l’innovazione in vari campi e fornisce un terreno fertile per coltivare nuove idee e collaborazioni; funge da hub per la resistenza culturale, sostiene il cambiamento sociale attraverso l’attivismo e il dialogo. 

Parliamo di centri dove si riuniscono persone, di conseguenza è normale che si crei un senso di appartenenza utile al reciproco supporto e allo scambio. Tra l’altro si tratta di strutture che svolgono un ruolo primario nella rivitalizzazione e riqualificazione dei quartieri attirando un pubblico diversificato e contribuendo alle piccole imprese locali. 

I testi di AUZINE sono tradotti in tedesco, inglese e serbo-croato-bosniaco, con l’obiettivo di abbracciare diversi gruppi etno-linguistici. Potresti illustrare meglio questa scelta?

È stata una decisione naturale, in quanto il bosniaco è la mia lingua madre. Considerando che quasi il 15% delle persone a Vienna parla questo idioma, per AU è stato automatico rappresentare un significativo gruppo linguistico e la sua cultura e – come dicevo – AUZINE riprende e porta avanti i valori di apertura e coinvolgimento di AU.

Dopo anni di attività e una miriade di eventi, cosa rimane delle serate e delle persone che hanno visitato AU?

In sette anni di vibrante attività, le esperienze vissute in AU sono state a dir poco trasformative! Durante le serate si sono intessute relazioni intense, sono germogliati spunti creativi, dialoghi e momenti di grande gioia. Ogni evento ha impresso ricordi duraturi sia tra il pubblico che tra gli artisti, tanto che tutti abbiamo vissuto in qualche modo l’assottigliamento delle barriere interpersonali: sociali, linguistiche, culturali, sessuali. Lo spirito collettivo che aleggiava in AU ha dimostrato il valore della cooperazione, del dialogo aperto e di quanto è produttivo accogliere le differenze. 

La vera eredità di AU rimane quindi nelle esperienze, nelle amicizie e nel voler coltivare uno spazio in cui la voce di tutti è presa in considerazione. Spero che questo lascito possa influenzare e plasmare il modo in cui ci si approccia all’arte, alla cultura e alla comunità in generale.

Hai intitolato il tuo stampato “AUZINE” sottolineando l’indipendenza del prodotto rispetto al circuito istituzionale. Questa enorme fanzine è impeccabilmente ben progettata, al pari delle pubblicazioni editoriali più curate, conservando però la freschezza tipica di molta produzione indipendente. Trovo che sia un perfetto esempio di come le fanzine sfidano i confini tra i generi.

Benché le fanzine possiedano una lunga storia, in genere sono sempre guidate da un’etica fai-da-te. Identificando la nostra pubblicazione come una fanzine e non come un libro, vogliamo rendere omaggio alla natura alternativa di questa forma espressiva, sottolineando i valori di AU. Ciò ha permesso al contempo di lavorarci senza prendere troppo in considerazione le tradizionali regole editoriali e la grafica convenzionale, dando vita a un prodotto più fresco ed eterogeneo benché nell’aspetto simile a certi libri da banco. 

In un senso più ampio, la scelta del titolo celebra l’eterogeneità del genere “fanzine”, che può incarnarsi in innumerevoli supporti, stili e formati, sfidando l’omologazione e dimostrando che l’arte e le idee possono fiorire in modi sempre inaspettati. 

Tantissime persone hanno collaborato alla creazione della fanzine. Un lavoro enorme che comprova l’importanza della cooperazione nell’editoria indipendente. 

AUZINE è il frutto di un’intensa attività da parte di un variegato gruppo di persone appassionate di editoria, grafica e arte ma con un obiettivo comune: il desiderio di creare qualcosa che racconti la variegata cultura indipendente viennese. 

Le partecipazioni sono sorte per lo più spontaneamente, partendo dalle iniziative nate in seno ad AU; molti collaboratori bazzicavano già il locale, vuoi come artisti, relatori o volontari, rendendo il progetto editoriale un autentico riflesso della comunità fisica. È stato grazie agli sforzi e ai contributi di tutti se è potuta sbocciare questa fanzine dal design impeccabile, testimonianza della profonda versatilità dell’editoria indipendente.

Che progetti hai in cantiere per il futuro?

Al momento sono coinvolto in diverse ed entusiasmanti iniziative al Brunnenpassage, ex mercato coperto e laboratorio di arte transculturale attivo dal 2007, dove si tengono più di 400 eventi ogni anno. 

Un altro dei miei impegni più significativi è con l’attrice Anne Wiederhold al Bunker 16: Art Space for Contemporary Memory Culture. Si tratta di un vero bunker di 500 m² risalente alla seconda guerra mondiale, nascosto sotto Yppenplatz. Intendiamo rendere questo sito storico accessibile alla popolazione convertendolo in uno spazio artistico e commemorativo che, attraverso un approccio multiprospettico, farà appello alla diversità della popolazione viennese. Bunker 16 è un luogo maestoso che da subito mi ha colpito per il suo profondo silenzio e l’atmosfera sommessa. È suggestivo e al tempo stesso inquietante, incutendo un misto di soggezione, isolamento e curiosità. Il potenziale estetico è pazzesco: l’ingresso, nascosto in un parco giochi, è una minuscola porta che deve essere piegata per entrare e che conduce a un tunnel fiancheggiato da piccole stanze, simili alle cabine delle navi e complete di un vecchio sistema di ventilazione meccanica azionato a mano. La nostra idea è dunque trasformare questo ex rifugio antiaereo, che porta ricordi bellici, in una piattaforma che unisca le persone e promuova la pace. Ripensando alle mie personali esperienze con la guerra, credo fermamente che l’arte possa aiutare a trascendere gli aspetti dolorosi legati ai conflitti avviando un processo di guarigione. Piuttosto che allontanarli, Bunker 16 si convertirà in un potente mezzo per unire individui di diversa estrazione sociale e culturale.

Sto anche lavorando a un cortometraggio intitolato Permanently Temporary, che approfondisce il tema della trasmigrazione, una pressante sfida per i diritti umani in Austria e in tutta Europa. Il film esplora il complesso e costante processo di movimento tra due mondi vissuto dai migranti, sia dal punto di vista spaziale che mentale. Il protagonista Miška è un giovane che vaga senza meta né speranza in una Bosnia-Erzegovina devastata. Traumatizzato dalla guerra, dalla perdita dell’unico fratello e da una famiglia disfunzionale nonché dalla mancanza di speranza e prospettive, decide di trasferirsi a Vienna. Qui, trovato un appartamento tramite un conoscente, Miška incontra difficoltà nell’ottenere un Ausländerbeschäftigungsbewilligung (permesso di lavoro per stranieri): lavora quindi in nero come addetto alle pulizie. I conflitti personali con la terra natale, il nuovo stile di vita e il desiderio di appartenenza si scontrano con la xenofobia, l’omofobia, la discriminazione, il razzismo, la demoralizzazione sistematica e l’autocorruzione. Miška si ritrova solo e le sue prospettive a lungo termine rimangono incerte.

AU come locale risorgerà mai? AUZINE, invece, si fermerà alla presente pubblicazione?

Per quanto riguarda il futuro di AU come sede fisica, non so se risorgerà ma sono abbastanza sicuro che nasceranno nuove location simili. Tutto rimane condizionato ovviamente da vari fattori, i più importanti dei quali sono certamente: i finanziamenti, il sostegno da parte della municipalità e della comunità e, non da ultimo, l’impegno delle persone. Allo stesso modo, il futuro di AUZINE dipende dalle intenzioni e dagli interessi di chi ha contribuito alla sua prima edizione. Per il momento riesco a immaginare un proseguimento sotto forma di video sperimentali o addirittura in un film documentario.



Those familiar with Vienna and engaged in its underground scene, experimental art, and queer environment undoubtedly know AU: an open space, a gallery, and a club that hosted over 2000 events from 2012 to 2019. These events included concerts, exhibitions, readings, performances, workshops, and conferences, all organized without official support and without admission fees.

The publication AUZINE not only documents the seven years of AU’s existence but also captures the diverse facets of the Viennese artistic scene, bearing witness to the dedication of many individuals to the independent scene. AUZINE is a book, a fanzine, a collection, documentation, fragments of memory, snapshots, and a study of alternative culture.

While often overlooked by the masses, subcultural phenomena play a significant role in Austrian cultural life, encompassing a broad spectrum of artistic expressions spanning from music to theater, and from visual arts to independent publishing. Beyond the realm of established museums and galleries, Vienna carries forward the tradition of independence that was initiated by the Viennese Secession movement in the late 19th century. The city supports the alternative art scene through galleries, exhibition spaces, and projects that embrace experimental and innovative forms of art.

Both subculture and counterculture frequently delve into social and political themes, and Vienna is no exception. Activists and initiatives in the city express their viewpoints loudly and champion social change. This dynamic and ever-evolving scene cultivates authenticity, creativity, and innovation, providing spaces where marginalized and nonconformist voices can find resonance and appreciation.

Music has always held a prominent role within Vienna’s cultural landscape, spanning across both mainstream and underground domains, encompassing genres ranging from punk to rock, metal to electronic, and rap to experimental. Among the city’s emblematic venues for alternative sounds are long standing institutions: Rhiz, Chelsea, Flex, Fluc, and Arena, all of which have been hosting concerts and performances for years.

Rhiz, functioning as both a club and concert hall, is renowned for its diverse musical genres, embracing experimental electronic, indie rock, and jazz. It serves as a platform for emerging artists, staunchly supporting the underground music scene for an extended period. Rhiz has even taken to publishing a blog and fanzine to further this cause. Chelsea, a quintessential venue in the punk and alternative scene since 1986, has witnessed performances by both local and international bands. Over the years, Chelsea has become an essential gathering spot for enthusiasts. After a temporary closure in September 1994 due to escalating issues with residents and authorities, the club reopened in a new location beneath the arches of the Stadtbahn in June 1995.

Founded in 1990, Flex underwent a move to a disused subway gallery along the Danube five years later and has consistently curated musical experiences since then. Initially dominated by rock, its repertoire now includes ample room for techno and dub. Fluc, another cornerstone for electronic and experimental music, offers a blend of DJ sets and live concerts. Additionally, it provides exhibition spaces for visual artists and a platform for multidisciplinary artistic performances.

Arena stands out as an adaptable cultural nucleus, housing a club, exhibition spaces, outdoor event areas, and much more. Established in 1976, it has evolved into a central hub of Vienna’s subculture. Its stage has witnessed a myriad of concerts, festivals, art exhibitions, theatrical performances, as well as social and political activities.”

While AU may be relatively young in comparison to these examples (having opened in 2012), it shared a common objective: to foster independent and alternative forms of creative expression. Each venue boasts its distinct identity, yet all collaborated to form a network of mutual support, enriching Vienna’s multifaceted cultural tapestry. For denizens steeped in the DIY ethos, AU stands as a recognizable name, while AUZINE signifies more than a mere printed chronicle of its seven years of fervent existence: it constitutes a mosaic of memories, a freeze-frame in time, and an exploration of the subcultural dimensions within the vibrant Austrian capital.

In German, “Au” translates to “land near or on the water; island.” Interestingly, there exists a peninsula on the southwestern shoreline of Lake Zurich, situated on the slope of the Zimmerberg plateau. To its south rests a small lake within the municipality of Au. Much like this geographical place, the AU venue symbolized an island of sorts amidst the diverse sea of Viennese cultures—an open and versatile space that encouraged experimentation, unfettered expression, and open-minded listening. 

With its 548 pages, silkscreened hardcover, and a design likely to attract discerning bookstores, AUZINE stands as the culmination of an endeavor to chronicle and celebrate independent culture. Funded in part by 133 supporters through crowdfunding, this publication emerged on February 13, 2021, offered in three languages: German, Serbo-Croatian-Bosnian, and English. This feat renders it among the most voluminous fanzines globally and positions it as the most comprehensive historical testament to Vienna’s dynamic underground scene during the 2010s.

AU’s founder, Michael Podgorac, spent two years on this editorial project, while Ivan Antunović handled the design. He chose modernist titles for it. Eighty-seven photographers and twenty-eight artists, including illustrators, comic artists, and other visual creators, shared their works, many of which directly incorporate the graphics from AU’s event flyers and posters. Thirty authors contributed texts and articles, and eighteen individuals managed the translations. The majority of them offered their contributions without compensation or for nominal fees. Furthermore, through collaboration with Vinylograph and Transformer, a special compilation was released—on vinyl EP and cassette tape—featuring tracks from artists such as Two Pigs Under One Umbrella, Ausländer, Nino Šebelić, Mala Herba, and Soda & Gomorra.

Perusing AUZINE is akin to embarking on a journey back in time, preceding the outbreak of the Covid-19 pandemic, which regrettably played a role in the closure of numerous venues. Even prior to 2020, sustaining such spaces posed significant challenges. Within AUZINE, Heinrich Deisl, an instructor at the Academy of Fine Arts in Vienna, pens: «The Covid-19 pandemic that has raged since 2020 has thrown the events sector and thus the venues into the biggest crisis they have ever experienced. Clear political commitment is needed to protect and support those places that produce cultural capital night after night, contributing to a critical public opinion and promoting progressive social structures.»

Michael, could you tell us more about yourself? 

My name is Michael Podgorac, though I am also recognized as Mikal Maldoror. I was born in Munich, Bavaria, and raised in Prnjavor and Banja Luka, Bosnia and Herzegovina. Later, I spent a considerable period in Belgrade, where I pursued studies and professional endeavors before eventually establishing roots in Vienna in 2005. It was in Vienna that I commenced a Ph.D. program in Social and Economic Sciences and undertook a course of study in Theater, Cinema, and Media at the University. Regrettably, I did not complete these academic pursuits, as my involvement in Vienna’s alternative scene deepened and culminated in the establishment of AU in 2012.

In 2008, I participated in the founding of LINE IN, an association committed to art and multiculturalism. My inclination towards independent culture has been unwavering, and I have consistently supported nonprofit spaces, projects, and events, with a specific emphasis on issues pertaining to multi-, socio-, and sub-cultural aspects relevant to migrants. Subsequent to the opening and stewardship of AU (from 2012 to 2019), my aspiration was to give rise to AUZINE—a documentation of the venue’s activities, simultaneously offering a snapshot of subcultural life within Vienna.

From 2019, I’ve been at the helm of WIENWOCHE, an amalgamation of art and activism in the form of a festival. Since 2020, I’ve taken on the role of coordinator for the Brunnenpassage project, an artistic and communal space. This journey also led me to spearhead the new project “Bunker 16 – Erinnern in Zukunft.” Beyond these commitments, my creative spectrum extends to encompass experimental avant-garde films, music videos, and graphic endeavors. Last but certainly not least, I have an ardent passion for playing the drums.

LINE IN plays a vital role in championing emerging artists and independent creators, offering them a platform to gain visibility. So, how was AU connected to LINE IN?

Through its presentation of events, reviews, and interviews featuring artists and bands, LINE IN actively bolsters and spotlights the vibrant and diverse music scene flourishing within Vienna. During its active years, AU shared a close-knit relationship with LINE IN, united by shared principles and a mutual dedication to independent culture. As a prominent platform primarily centered on the promotion of music and cultural events, LINE IN found a seamless partner in AU, a stage that welcomed their creative endeavors. The open and inclusive ambiance of AU seamlessly embraced LINE IN’s ethos, and reciprocally, LINE IN’s involvement contributed to the curation and coordination of performances within AU. This synergy not only bolstered their individual identities but also demonstrated the potency of collaborative efforts and the importance of championing artists and initiatives that break away from the mainstream.

Without a doubt, extending beyond its connection with LINE IN, AU maintained affiliations with other entities like Ditiramb and Buch im Beisl, thereby broadening its horizons. This collaborative network expanded AU’s reach and fostered an inclusive environment, all dedicated to advancing independent and experimental projects encompassing shows, readings, concerts, workshops, debates, and more. Each initiative brought its distinct artistic perspective and community, thereby enriching the diversity of offerings.

AU wasn’t merely a conventional venue; it represented a dynamic force in advancing independent culture. But how exactly did it play a role in this capacity?

Fundamentally, AU was a comprehensive and multifaceted endeavor. At its core, AU’s contributions encompassed: providing both space and an audience, extending organizational opportunities and support, and fostering promotion within an inclusive, egalitarian, and socially conscious community.

Positioned at Brunnengasse 76 in Vienna, AU wasn’t confined to being a space alone; it emerged as a hub for multidisciplinary projects. This was a place where artists, collectives, and associations could freely explore and present their creative ventures. Collaboration was a defining feature: AU actively cultivated networks, fostering connections with labels, groups, and individual promoters. Our goal was to unite various associations and facilitate intercultural exchange. Through our initiatives, people of all ages and diverse backgrounds gained invaluable social skills and competencies. This achievement stands as a source of immense pride for us.

It’s vital to underscore that AU operated autonomously, unaffected by the sway of political parties, religious institutions, or profit-driven corporations. This stance epitomized a steadfast and principled orientation. Attendees were welcomed to engage without obligatory purchases, as entry to most events was provided at no cost, though voluntary contributions were encouraged.

A cornerstone of AU’s philosophy lay in promoting a non-hierarchical dynamic among artists, collaborators, and attendees. The ethos was one of equitable treatment; regardless of background or status, all participants shared in the same opportunities. This embodiment of values like solidarity, cooperation, respect, direct involvement, and accountability ensured that we not only raised awareness about social and political matters but also fostered a sense of community and shared responsibility.

Is there a continued necessity for independent spaces?

Without a doubt. These spaces play an indispensable role in safeguarding and honoring the arts, crafts, and an array of cultural traditions that could otherwise wane against the tide of rampant globalization and commercialization. They serve as pivotal engines for societal, cultural, and artistic advancement, infusing communities with varied viewpoints and fostering a more all-encompassing and dynamic cultural ‘ecosystem.’

Fostering a broader spectrum of voices, perspectives, and artistic manifestations is imperative. This is why creating platforms for those excluded from institutional circuits, or those whose values diverge from the mainstream, remains significant, especially for marginalized and immigrant communities. Inclusion kindles a richer and more captivating landscape, a far cry from the homogenization often perpetuated by dominant cultures, which tends to suppress free thought and creative expression. Conversely, independent spaces offer liberation, allowing the pushing of boundaries without the specter of censorship or commercial constraints.

Due to its inherent nature, the prevailing system tends to uphold specific narratives, sidelining or distorting experiences and narratives that diverge from the norm. Thus, granting voice to these marginalized narratives becomes pivotal for a more comprehensive understanding of social intricacies.

Self-managed spaces—whether physical or digital—foster experimentation and innovation across diverse domains, providing fertile ground for fresh concepts and collaborative ventures that challenge conventional norms. They serve as bastions of cultural resistance, driving social transformation through activism and discourse. People converge in these spaces to cultivate a sense of belonging, paving the way for mutual assistance and knowledge exchange. This, in turn, positions such environments as central players in the revitalization of neighborhoods, drawing varied audiences, boosting local enterprises, and infusing communities with a vivid local cultural pulse.

The content within AUZINE is translated into three languages: German, English, and Serbo-Croatian-Bosnian. Could you provide more insight into the reasoning behind this choice?

The decision flowed naturally, given that Bosnian is my mother tongue. With nearly 15% of Vienna’s population speaking this language, it became imperative for AU to embrace and represent this significant linguistic group, thereby celebrating both linguistic and cultural diversity. AUZINE embodies and amplifies AU’s core values of inclusivity, exchange, and engagement. It serves as a tangible representation of a space where individuals from a wide array of linguistic and social backgrounds can converge, converse, and have their voices acknowledged.

After many years of events, what stands out in your memories from the nights and the people who were at AU?

Over the course of seven dynamic years, the experiences that unfolded within AU have proven to be profoundly transformative. The evenings were a crucible for forging deep connections, sparking boundless creativity, fostering cross-cultural dialogues, and reveling in moments of unadulterated joy. Each event etched an indelible mark on both the audience and the artists, such that we all, in our own ways, encountered the bridging of diverse individuals and the gradual dissolution of barriers – whether they were social, linguistic, cultural, or even tied to gender. This process offered us a vibrant array of perspectives, ideas, and wellsprings of inspiration. The collective spirit that graced AU underscored the immense value of collaboration, open dialogue, and the power and fruitfulness of embracing our unique distinctions.

The true legacy of AU resides in the realm of memories, friendships, and the shared dedication to nurturing a haven where every voice is acknowledged and valued. It is my hope that this enduring legacy will continue to shape and influence our approach to art, culture, and community, perpetuating a spirit of openness, inclusivity, and boundless possibility.

You chose the title ‘AUZINE’ for your publication, which strongly emphasizes its independent nature. This substantial fanzine boasts impeccable design akin to meticulously crafted editorial pieces, while preserving the refreshing essence that characterizes much of independent production. To me, it serves as a prime example of how fanzines boldly transcend genre boundaries.

Fanzines boast a storied history, often fueled by a do-it-yourself ethos. By labeling our publication a fanzine rather than a conventional bound book, we intend to pay homage to the alternative essence inherent in this expressive form. This underscores AU’s commitment to promoting independent culture. This distinction empowers us to veer from the norms and conventions of the industrial publishing circuit, liberating ourselves from the predictable expectations tied to mainstream products.

In a broader context, this choice celebrates the remarkable diversity within the fanzine genre, which thrives across various mediums, styles, and formats, challenging uniformity. AUZINE fully embraces this spirit, serving as a testament to the fact that art and ideas can flourish in unconventional and consistently surprising ways.

Numerous individuals collaborated in the creation of AUZINE—an ambitious undertaking that exemplifies the crucial role of collaborations within independent publishing.

AUZINE is the result of intensive collaboration among a diverse group of individuals who share a passion for publishing, graphic design, and art. They all held a common vision: the aspiration to craft something that vividly captures the diverse tapestry of Vienna’s independent culture.

Contributions emerged organically, often stemming from initiatives nurtured within AU. Many of the contributors were already intimately involved with the venue, whether as artists, speakers, or volunteers, making the editorial project a genuine reflection of the physical community. It was through the collective efforts and creative contributions of this community that this impeccably designed fanzine was able to flourish, standing as a testament to the profound versatility of independent publishing.

What upcoming projects are you currently working on?

At the moment, I’m deeply immersed in a variety of exciting projects centered around Brunnenpassage, a transcultural art laboratory housed in a former covered market. This venue has been active since 2007 and plays host to over 400 events each year. One of my most significant endeavors involves collaborating with actress Anne Wiederhold at Bunker 16: Art Space for Contemporary Memory Culture. This sprawling 500 m² World War II bunker is hidden beneath Yppenplatz on the Brunnenmarkt in Vienna. Our shared goal is to make this historically charged site accessible to the public, transforming it into a commemorative art space that resonates with Vienna’s diverse population through a multi-perspective approach.

Bunker 16 exudes a certain majesty from the very outset, characterized by profound silence and a hushed ambiance. The space is evocative yet disquieting, encompassing a blend of reverence, isolation, and curiosity. The aesthetic potential is simply astonishing: a discreet entrance concealed within a playground, a small door that necessitates bending to access, leading into a tunnel flanked by compact rooms reminiscent of ship cabins. Notably, the space features an old hand-operated mechanical ventilation system.

Our vision is to reconfigure this former air-raid shelter, steeped in wartime memories, into an artistic platform that facilitates connections among people and champions the cause of peace. Reflecting on my own encounters with the aftermath of war, I hold firm in the belief that art can serve as a potent tool for transcending the painful aspects of conflicts by catalyzing a process of healing. Bunker 16 has the potential to become a compelling avenue for bringing individuals from diverse social and cultural backgrounds together, fostering unity instead of division.

In tandem with this endeavor, I’m also dedicating efforts to a short film titled ‘Permanently Temporary.’ The film delves into the theme of migration, a pressing human rights concern in Austria and Europe. The narrative probes the intricate and ongoing process of movement experienced by migrants, both spatially and emotionally. Our protagonist, Miška, finds himself in a state of aimlessness in a devastated and despondent Bosnia and Herzegovina. Haunted by the trauma of war, the loss of his sole sibling, a fractured family unit, and the absence of hope and prospects, he takes the decision to relocate to Vienna.

Upon settling here and securing accommodation through an acquaintance, Miška’s life takes an unexpected turn when he confronts challenges in obtaining an Ausländerbeschäftigungsbewilligung (foreigner’s work permit). This leads him to resort to working off the books as a cleaner. His personal conflicts with his homeland, the adjustments to a new way of life, and his yearning for a sense of belonging all intersect with xenophobia, homophobia, discrimination, racism, systematic demoralization, and his own internal erosion. In the end, Miška finds himself ensnared in isolation, with the prospects for his long-term future veiled in uncertainty.

Will AU ever return as a venue? Conversely, will AUZINE conclude with the publication you’ve crafted?

In regard to the future potential of AU as a physical venue, I find myself uncertain about its revival. However, I do hold a strong belief that new, akin spaces will inevitably come to fruition. The realization of this, naturally, hinges upon a medley of factors, with pivotal ones including funding availability, the steadfast backing of the community, support from local authorities, and the unwavering dedication of individuals.

Likewise, the trajectory of AUZINE as a publication rests upon the intentions and interests of those who poured their efforts into its making. As of now, I can envision the possibility of AUZINE evolving into a series of experimental videos or perhaps even transitioning into a documentary film.

A cura di Simone Macciocchi


www.auzine.com

Instagram: mikalmaldoror