Autoprogettazione. Istruzioni d’artista per realizzare un’opera d’arte a casa propria

Era il 1974. Enzo Mari esponeva presso la Galleria Milano la sua Proposta per un’autoprogettazione. Del Covid-19, nemmeno l’ombra. Il solo pensiero della situazione attuale avrebbe stupito e veicolato incredulità quasi fosse una qualche forma di chiacchiera da bar. D’altro canto, il mondo cambia senza chiederci il permesso, portando con sé drammi, difficoltà e sofferenze un tempo impensabili.
Eppure, l’intuizione di Enzo Mari continua a sorprendere. Si trattava, niente di meno e niente di più, di offrire disegni progettuali e istruzioni per la realizzazione di mobili. Chiunque avrebbe potuto costruirli, a casa, nell’intimo delle proprie stanze. L’arte del fare che sorprende la quotidianità, anche la più inaspettata, è un fatto di cui non ci si può dimenticare. Oggi, la Proposta del designer piemontese conduce a un’ulteriore riflessione, sottile e forse difficile da inquadrare in poche parole. Da un lato, la capacità di arrivare a chiunque e di avere una diffusione su larga scala; dall’altro, il fascino inventivo di un oggetto che può essere ri-prodotto con manualità e autonomia realizzativa.
Ora, la Proposta di Enzo Mari si amplia, arriva sul web secondo un’iniziativa sostenuta dalla medesima Galleria Milano e curata da Toni Merola, Nicola Pellegrini e Bianca Trevisan, come un “insieme di istruzioni d’artista per la realizzazione di un’opera d’arte”.
Da Silvia Hell e Domenico Mancini a Vedovamazzei, Andrea Kvas, Stefano Arienti e Serena Vestrucci, le voci di diverse generazioni si susseguono e gli artisti (troppi per essere citati tutti quanti) sono i più svariati, coinvolti in un progetto comune che mantiene la sequenza delle singole identità. Sono, infatti, differenti le forme che condividono, non tanto gli esiti ma sicuramente i metodi. Un “esercizio” che per essere fruito deve essere, in qualche modo, ripercorso. Non basta, quindi, vedere se non si ha la possibilità di ripetere, rendersi conto dell’itinerario seguito perché esso non conduca chissà dove ma si avvalga del criterio immaginativo, Il celebre “compromesso” che manifesta, nella situazione corrente, la spinta verso l’oltre. Dal titolo Autoprogettazione si evince la complessità del gioco, la sua via, le sue prospettive che appaiono strutturate ma che si evolvono sulla soglia del consueto e, sicuramente, al di là di ogni benefico traguardo. Un semplice sostantivo dalle sollecitazioni contrastive, se si pensa all’innesto filologico di un prefisso con un nome. La “progettazione”, innanzitutto, l’azione (fattiva) del pensiero stimolato, “the spur to creation”, come suggeriva il filosofo Alexander Nehamas, e una sorta di generazione in grado tanto di prevedere, quanto di “gettare in avanti” (projéctus), nel limite immanente della condizione. Di conseguenza, il prefisso “autós-“ (αὐτός), “se stesso”, dove il processo si ritira e si riavvolge, altalenante tra gli estremi di un “qui” contingente e di un “là” come traiettoria. L’individuo e la quotidianità tremenda, piena di intoppi e di poche certezze, pagano oggigiorno la mordace fatica di una realtà che, malgrado tutto, tocca vivere. La calma che si chiude nel cordoglio può essere, in verità, il lato umano più efficace qualora si affacciasse lo spettro di una “sensibilità altra”, che violi la pesantezza del ristagno e induca l’individuo allo scontro con ciò che lo eccede. Eccetera… si diceva nel rude romanzo di Emilio Tadini poiché «del resto non è mica brutta come parola, se ci pensi. Vuol dire che sei abbastanza modesto da ammettere che ce la fai fino a un certo punto ma anche abbastanza sveglio da capire che il mondo è un bel po’ più grande di te, da capire insomma che devono esserci almeno un altro paio di Americhe più tre o quattro Cine. Bellissime, dietro l’angolo».



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“Semplici” istruzioni da seguire, il ritaglio quadrato di immagini raffiguranti paesaggi, conseguenti piegature da ripetere per otto volte, per dare forma ai more than nine landscapes (pyramids) di Marco Strappato (Porto San Giorgio, 1982), in accordo con i passi istituiti sui quali si ritorna. Vivere-di-nuovo, insomma, «ma per avere la forza di de-creare ciò che esiste, di de-costruire il reale, di essere più forti del fatto irreparabile che ci sta di fronte», scriveva Giorgio Agamben (tanto discusso nelle ultime settimane) nel testo Il cinema di Guy Debord. È l’ambivalenza di un atto che ripone le sue radici in una storia ben precisa e la ripercorre servendosi del valore riflessivo dell’opera. Il valore “palindromo”, evidente e sotteso, che si ripiega su se stesso e, per assurdo, rimanda ad altro, più in là nel tempo e di fuori, fuori di sé, nel mondo.
La perturbazione esiste, agisce a suo modo e senza controllo possibile. “Esporsi” è il paradigma dell’arte, anche se realizzata solo con qualche oggetto abituale e routinario. Spago e filo, clip da disegno, carta e cartoncino, filo di ferro e matite sono articoli ordinari, elementi di facile portata con cui dare avvio alla “macchina da disegno” pensata da Patrick Tabarelli (Villafranca di Verona, 1979), Yet another drawing machine, sospesa e autonoma in se stessa, funzionante senza energia se non quella delle correnti naturali. Agghindata a piacere, come fosse un acchiappasogni, intercetta ogni minima oscillazione e interferenza, da ciò che accade alle conseguenze incalcolate. Nel processo si rivela il nostro modo di «andare incontro all’immagine…la nostra proiezione», diceva William Kentridge (Johannesburg, 1955), il nostro «stare al mondo con gli occhi aperti». Anch’egli partecipe del progetto, invita a prendere una serie di pezzetti di carta o cartoncino nero, appoggiarli sopra un grande foglio bianco o sul tavolo, per poi muoverli fino a quando non si riconosce un cavallo. Fare un cavallo (Making of a horse), «non è mica facile, se non siete Delacroix». Ciononostante, bisogna solo disporre i pezzi di carta e muoverli, perché c’è «una cavallinità che attende di essere innescata. Ronzinante, Bucefalo, il cavallo di Troia, Stubbs, il photofinish di una corsa: sono tutti lì. Il processo è duplice. Il foglio di carta viene verso di noi e il nostro senso di cavallo gli va incontro».

Luca Maffeo


Autoprogettazione. Istruzioni d’artista per realizzare un’opera d’arte a casa propria

A cura di Toni Merola, Nicola Pellegrini e Bianca Trevisan

Promosso e sostenuto da Galleria Milano

In collaborazione con Maria Chiara Salvanelli Press Office & Communication

www.autoprogettazione.com

Instagram: autoprogettazione


Caption

Marco Strappato, More than nine landscapes (Pyramids), 2012 – Autoprogettazione, 2020 – Courtesy l’Artista.

Marco Strappato, More than nine landscapes (Pyramids), 2012 – Autoprogettazione, 2020 – Courtesy l’Artista.

Patrick Tabarelli, Yet another drawing machine – Autoprogettazione, 2020 – Courtesy l’Artista.

Patrick Tabarelli, Yet another drawing machine – Autoprogettazione, 2020 – Courtesy l’Artista.

William Kentridge, Making of a Horse – Autoprogettazione, 2020 – Courtesy l’Artista.

Andrea Kvas, Senza titolo – Autoprogettazione, 2020 – Courtesy l’Artista.

Andrea Kvas, Senza titolo – Autoprogettazione, 2020 – Courtesy l’Artista.



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