Arvolturazine. Il cambiamento è di moda

In un’epoca marcata da un consumismo smodato e da un’economia capitalista spregiudicata, dominanti ormai da decenni, l’industria della moda si è trovata spesso al centro dell’attenzione. Essa rappresenta sia uno dei massimi esempi della creatività umana, sia un’area di eccedenza nel consumo e nello sperpero, raggiungendo livelli estremi in entrambi gli ambiti.
Fortunatamente molte imprese si impegnano attraverso diverse iniziative per ridurre gli sprechi. Oltre ad aziende note specificamente per l’approccio etico e sostenibile – che, per esempio, utilizzano materiali organici o riciclati, promuovendo la durabilità (Eileen Fisher’, ‘Zero Waste Daniel’ e ‘Reformation’, tra i vari) – anche alcuni colossi dell’abbigliamento sembrano muoversi finalmente in tale direzione. Gucci, ad esempio, con piani per compensare le emissioni di CO2; H&M riducendo gli sprechi, come nella sua Conscious Collection, dai materiali eco-compatibili e dai processi produttivi meno inquinanti.

Ma cosa accade quando si guarda oltre i grandi nomi e si esplorano le voci “dal basso”?
Proprio in mezzo al turbine di lusso e dilapidazione, emergono iniziative indipendenti di controtendenza come Arvolturazine, un progetto editoriale che porta una ventata di aria fresca e di consapevolezza nell’universo moda.
Il termine dialettale “arvultura” – originario delle Marche e utilizzato soprattutto dai marinai senigalliesi – si riferisce alla transizione del mare da uno stato di calma all’agitazione. Arvolturazine vuole essere un grido per un cambiamento necessario, una chiamata all’azione, nonché una risposta all’urgenza di unire creatività e sostenibilità nella moda.
Piuttosto che il lavoro di determinati marchi o stilisti, le ispirazioni che hanno portato alla creazione di Arvolturazine vertono sulle letture impegnate: ad esempio, i testi di Kate Fletcher, studiosa britannica di moda sostenibile la cui visione critica spinge a riflettere seriamente sulle conseguenze ambientali e sociali delle nostre scelte in fatto di stile e di consumo. I suoi saggi hanno stimolato la creatrice della fanzine Katia Turchi, che ha poi coinvolto il resto della squadra – Juri Giamboi e Gaetano Savio Intilla – sull’urgenza di riconsiderare radicalmente il settore dell’abbigliamento. 

Arvolturazine è un bell’esempio di come i progetti alternativi, nonostante le risorse limitate, si schierino spesso in prima linea nella lotta per il cambiamento sociale e ambientale. Per la sua seconda uscita, “Frankenstein”, abbraccia il tema dell’ibrido e del riciclo sfidando le tradizionali convenzioni legate alla fashion industry.
Attenta ai materiali, ai processi di produzione e al ciclo di vita dei tessili, secondo Arvolturazine la moda può e deve essere rigenerativa, piuttosto che speculativa. L’industria tessile rappresenta effettivamente una delle principali fonti d’inquinamento per lo spreco d’acqua e per l’emissione di anidride carbonica; tra l’altro, la produzione di abbigliamento in fibre sintetiche contribuisce in modo importante all’emissione di gas serra e al rilascio di microplastiche nei sistemi idrici. Di fronte a questi dati allarmanti, Arvolturazine apre una finestra tra il mondo del fashion e l’attivismo, adottando un linguaggio creativo che si discosta volutamente dalle logiche più tipiche della comunicazione commerciale. La rivista diviene anche un palcoscenico utile per i designer coinvolti, offrendo al tempo stesso una preziosa mappa informativa su realtà spesso trascurate o trattate superficialmente. Per questo motivo il team ha invitato i fashion designer a contribuire al progetto in qualsiasi forma, dall’arte visuale alla divulgazione, lanciando un appello a tutti coloro che desiderano fare parte di un cambiamento reale, intessendo una rete ampia, inclusiva e – soprattutto – attiva. 

È proprio l’atteggiamento propositivo a incoraggiare il cambiamento e a marcare la differenza tra alcuni lavori indipendenti e l’industria dell’intrattenimento. Una condotta evidente in Arvolturazine sin dalla pubblicazione del loro Manifesto, che ne sottolinea l’approccio attivista e programmatico, nonché la volontà divulgatoria. Ciò è esplicitato anche dalla grafica in copertina sul numero 0, dove la scritta “WE ALL SHOULD BE ACTIVIST” è personalizzabile e colorabile, con tanto di invito a taggare i risultati sui social, facendo del magazine un canale di informazione utile e originale.
Per l’appunto, una delle spinte a creare Arvolturazine viene dalla mancanza di piattaforme editoriali specializzate che trattino di sostenibilità in Italia nell’ambito moda. Infatti, nonostante il marchio “Made in Italy” sia universalmente associato alla qualità, il team crede che la quest’ultima debba essere anche sinonimo di consapevolezza e di cambiamento.
Già da subito la presa di posizione di Arvolturazine è quindi chiara e trasversale, e dalla collaborazione con il brand marchigiano Dilettante Underwear, nasce Tender Thong: un tanga realizzato utilizzando gli scarti tessili ricavati dal processo produttivo e allegato alla issue 0

Certamente, tanto nel mondo dell’arte quanto in quello della moda, uno dei trend attuali è abbracciare il riciclo e la cura per le persone e per l’ambiente, riconsiderando al contempo il concetto di bellezza. Dalle creazioni di Stella McCartney, che promuove l’uso di materiali non inquinanti, all’arte di Vik Muniz, che trasforma i rifiuti in lavori straordinari, queste figure ispiratrici dimostrano che la creatività può fiorire anche in armonia con il nostro pianeta. In questo contesto Arvolturazine assume però un ruolo inedito e, attraverso la sua estetica originale e l’attenzione per i dettagli, rappresenta un faro di creatività e consapevolezza.
Questa è la storia di una voce fuori dal coro che, nonostante sfide e limitazioni, guida il cambiamento e propone alternative stimolanti. Se il mondo spinge all’accelerazione, Arvoltura invita a rallentare, a riflettere, e a dare il giusto peso a un valore fondamentale: vivere e vestire in armonia con il nostro mondo.

Katia, puoi raccontarci l’ispirazione o l’evento scatenante che ha portato alla creazione di Arvolturazine? Se ci sono state, quali pubblicazioni vi hanno influenzato? Che obiettivo primario vorreste raggiungere?

Arvolturazine nasce dall’urgenza di esprimere valori diversi all’interno dell’universo moda.
Alla fine del mio percorso di studi in Design della moda e arti multimediali, presso l’Università Iuav di Venezia, ho avvertito un profondo distacco tra me stessa e il mondo del quale sarei entrata a far parte. Già precedentemente, a dire il vero, avevo iniziato a interessarmi al problema climatico, sentendo la necessità impellente di contribuire attivamente al cambiamento. Quindi ho deciso di unirmi al movimento globale ‘Extinction Rebellion’, e ciò non ha fatto che incrinare maggiormente il mio rapporto con la fashion industry e le sue dinamiche tossiche. In seguito ho realizzato che il mio coinvolgimento nel gruppo ambientalista poteva rappresentare una risorsa straordinaria, spingendomi a “combattere” la moda dall’interno, tentando un approccio che potesse perseguire la sostenibilità nel processo creativo. Erano i primi passi di un’indagine che avrebbe costituito la base della mia tesi di laurea, oltre a evolvere nel progetto Arvolturzine al di fuori del contesto universitario.
Ho iniziato immergendomi in testi come Yes Yes Yes, The Alternative Press from Provo to Punk e Yes Yes Yes, Revolutionary Press in Italy 1966-1977, oltre a leggere alcuni manifesti politici italiani della controcultura. Anche il mini-comic Whatcha Mean, What’s a zine? di Esther Pearl Watson, nonché l’organizzazione londinese ‘Self Publish Be Happy’ sono stati fondamentali perché mi hanno aiutato a comprendere meglio la natura delle fanzine, il loro linguaggio, e i significati reconditi di una produzione indipendente. Infine, la Grrrl Zine Fair mi ha introdotta appieno nello spirito dell’auto-pubblicazione e della lotta politica.

Arvolturazine vede quindi la luce in un periodo di profonda consapevolezza, personale e collettiva. Infatti, proprio durante il 2020, segnato da pandemia e quarantene, l’industria della moda sembra riflettere seriamente sul proprio sistema produttivo; Arvolturazine nasce proprio allora, con l’obiettivo di diventare un luogo di convergenza per idee rivoluzionarie e processi creativi diversificati, portati avanti da giovani designer impegnati nella causa ambientale.
Già il termine “arvultura” racchiude in sé una chiave di lettura importante. È una parola marchigiana, utilizzata dai marinai senigalliesi riferendosi a un cambio di stato del mare, da calmo a improvvisamente agitato e tempestoso; essendo io nata nelle Marche, ho voluto omaggiare le mie radici rappresentando al contempo una transizione.

La seconda uscita di Arvolturazine, che segue il numero 0, s’intitola ‘Frankenstein’. È un tema affascinante e provocatorio soprattutto se pensato in relazione alla moda. Potreste condividere cosa vi ha guidato nella creazione di questa uscita?  

Abbiamo concepito il tema molto prima di iniziare effettivamente a lavorarci, addirittura anteriormente al completamento del numero pilota, la nostra issue 0 pubblicata nel maggio del 2021. In quel periodo non ci trovavamo nella stessa città ma ci riunivamo ogni sera online per cercare di stilare una to-do list (che ancora oggi non abbiamo del tutto completato).‘
Frankenstein’ rappresenta per noi un momento cruciale, in quanto vi abbiamo definito meglio la nostra estetica e narrativa. Desideravamo dare alla pubblicazione una sua impronta caratteristica, che si discostasse radicalmente dai cliché “innocui” spesso associati alla sostenibilità: le foglie, gli abbracci agli alberi o i fiori in bocca, tanto per fare degli esempi chiari. Perciò abbiamo deciso di portare tutto all’estremo e la figura del mostro si sposava perfettamente con l’intento.
La scelta dell’argomento deriva in primis da una mia lettura estiva del romanzo di Mary Shelley. Abbiamo rilevato quanto fosse significativa l’analogia tra la pratica del Dott. Frankenstein, che assembla parti di cadaveri provenienti da obitori e cimiteri, e quella del designer che adotta una progettazione rispettosa dell’ambiente. In entrambi i casi si tratta di ricreare la vita partendo da qualcosa che già esiste e il riferimento esplicito al mostro per eccellenza ha pure una valenza etica: la cura per ciò che creiamo.
La selezione eterogenea di lavori – immagini, testi e contenuti in generale – e il loro successivo accorpamento sono diventati una pratica costante che ci ha guidati durante l’intera progettazione. Una vera e propria “estetica dell’assemblaggio”, per così dire, fatta di immagini destrutturate, alterate mediante scansione e replicate.

La sostenibilità è un tema cruciale nel mondo della moda e del design contemporanei; oserei dire che è pure “di moda” (e meno male). Esistono marchi o progetti specifici che vi hanno ispirato? Come incoraggiate a perseguire il rispetto per l’ambiente? 

Nel nostro viaggio attraverso la moda responsabile, abbiamo trovato una vasta gamma di testi che ci hanno guidato. Tra i contributi per noi più significativi, alcuni saggi di Kate Fletcher – Moda, Design e un Pianeta più Verde e Logica Terrestre – ci hanno aperto le porte di un universo complesso e cruciale, dalle prospettive per noi inedite e innovative.
Tuttavia non ci siamo limitati ai soli testi accademici, essendo stati ispirati anche da progetti editoriali indipendenti, come ‘It’s Freezing in LA’. Quest’ultima, e altre iniziative, aiutano davvero a comprendere meglio diversi aspetti del problema climatico, mostrando l’importanza di approcci nuovi e alternativi nei campi del fashion e dell’industrial design.
Per quel che riguarda la nostra relazione con i creativi, la definirei altrettanto dinamica. Collaboriamo con iniziative e persone che spesso già incorporano principi di consapevolezza ambientale, ma vogliamo andare oltre: amiamo definirci degli “agitatori culturali” e ci impegniamo a fondo nella promozione di nuovi processi progettuali e produttivi. Per questo motivo, nel corso degli ultimi due anni, Arvolturazine è andata oltre il “semplice” status di pubblicazione cartacea, partecipando a diversi talk e intervenendo presso alcune università con l’obiettivo di sensibilizzare le giovani menti. Per esempio, abbiamo organizzato workshop dedicati a metodologie creative sostenibili come l’upcycling. Dalla nostra prospettiva, questa attenzione per l’educazione è cruciale; amiamo guardare al futuro con speranza, convinti che istruire a dovere le nuove generazioni sia la chiave giusta per affrontare le sfide della nostra epoca.

L’estetica di Arvolturazine, specialmente il logotipo, sembra essere influenzata dall’arte optical. Mi viene in mente per esempio il lavoro di Franco Grignani.

Innanzitutto ti ringraziamo per lo spunto! Non avevamo ancora notato il legame estetico con certe opere di Grignani. In realtà il logo vuole rappresentare tipograficamente un’onda, una forza in movimento e in continua evoluzione.
Il nostro obiettivo è assistere, documentare e contribuire a un mutamento, dove le carte in gioco devono venire mescolate per creare nuovi flussi. Il logo incarna appunto questa voglia di rivoluzione e la vuole esprimere graficamente. Per il suo disegno ci siamo ispirati a varie fonti e – dal punto di vista pratico – abbiamo proceduto analogicamente, utilizzando la scansione manuale per alterare e distorcere l’immagine. Ci piace lavorare con le mani, manipolando le forme; l’arte dell’assemblaggio rispecchia perfettamente la nostra identità, anche se non è l’unica pratica che adoperiamo. Pure l’impaginazione è un esercizio di sperimentazione continua, a volte persino casuale, in cui vogliamo mantenere la più ampia libertà possibile allontanandoci dai canoni dell’editoria tradizionale.

Poiché sostenete e promuovete con determinazione la sostenibilità e il riciclo, come traducete concretamente questi principi nella produzione della vostra rivista? Mi riferisco all’uso della carta, alle pratiche di stampa e alla distribuzione.

La nostra fanzine nasce come libero strumento di comunicazione e di espressione, unendo l’approccio creativo all’impegno sociale. La scelta del supporto cartaceo deriva direttamente dagli stampati, spesso non professionali ma diretti ed efficaci, diffusi soprattutto tra gli anni ‘60 e ‘70 e correlati alla situazione politica di allora. Era un periodo complesso, segnato dalle proteste e dall’occupazione degli spazi pubblici, che una generazione disillusa rivendicava in nome della libertà sociale e della creatività.
All’inizio del nostro percorso, ci siamo a lungo interrogati su quale potesse essere il migliore medium per comunicare l’urgenza di ciò che volevamo dire. Constatando quanto sia “volatile” l’informazione digitale (documentari, post su Instagram o video su YouTube), abbiamo preferito il supporto cartaceo. Indipendentemente dalla qualità – nella forma o nel contenuto – a nostro modo di vedere, qualsiasi informazione digitale esercita una presa minore o comunque di più breve durata rispetto a quella stampata.
L’informazione oggi è veloce e superficiale, perché tale forse è il mezzo che lo veicola (Byung-chul Han lo definirebbe “pornografico”). La stampa, al contrario, ha per noi un peso maggiore e non vogliamo farne a meno; scegliamo minuziosamente la carta e progettiamo con cura il layout, cercando di impattare il meno possibile sull’ambiente. Ovviamente il problema sussiste, e va da sé che la scelta più sostenibile sarebbe quella di non stampare affatto ma non siamo pronti a rinunciarvi. Siamo convinti che acquistare un libro o una rivista predisponga a determinati atteggiamenti: la scelta di un luogo adeguato, il ritaglio di un tempo prolungato, uno spazio in cui proiettare riflessioni attraverso scarabocchi, sottolineature e appunti. Tutte cose che, generalmente, è difficile sperimentare sul digitale. Le nostre uscite sono a tiratura limitata e non verranno mai ristampate, e per sottolinearlo, ogni copia viene numerata a mano. Scegliere di acquistare una fanzine che tratta di sostenibilità – pur potendo sembrare contraddittorio – comporta un certo tipo di responsabilità, poiché esercitare il proprio potere d’acquisto è già un atto politico.
In ogni caso siamo ancora alla ricerca del “perfetto” canale di comunicazione e non abbiamo ancora scelto la veste definitiva di Arvolturazine. Sicuramente, fino ad oggi, la carta ci ha permesso di diffondere le nostre idee, ma ciò non esclude la possibilità di sperimentare nuove forme di comunicazione in futuro.

Effettivamente il futuro è sempre intrigante. Quali sono le vostre ambizioni? Ci sono già nuovi temi o collaborazioni che potete anticipare? 

Sicuramente intendiamo proseguire nel nostro percorso di crescita. Continueremo a sperimentare e a esplorare nuovi modi per trasmettere l’urgenza della sostenibilità nel mondo della moda.
Oggi tutti i settori della creatività sono interconnessi e proprio l’interdisciplinarietà del designer contemporaneo è ciò che fa la differenza. Nonostante il nostro lavoro nasca indipendente, abbiamo ben compreso l’importanza di mantenere un legame diretto con le istituzioni educative. C’è ancora tanto lavoro da fare per sensibilizzare le nuove generazioni e siamo convinti che progetti come il nostro – realizzati da giovani che esprimono la loro visione non convenzionale – siano particolarmente ispiranti per i creativi di domani. Il nostro obiettivo a breve termine consiste quindi nel lanciare un piccolo spin-off con il marchio Arvolturazine. Abbiamo concepito quest’ultima iniziativa durante la fiera di editoria indipendente CAVE a Modena, dove abbiamo selezionato alcuni contenuti rielaborati ma sempre in linea con la nostra estetica e i nostri valori. Vorremmo arrivare a creare un racconto non più solo nostro bensì collettivo, risultato di connessioni, dialoghi con persone e con animali (spoiler!) che abbiamo incontrato durante la fiera.
Last but not least, stiamo lavorando agli ingredienti della nuova uscita di Arvolturazine. La ricetta è segreta, in un certo senso persino per noi, ma è proprio questa incertezza ad entusiasmarci! Siamo assolutamente GASATI all’idea di ciò che verrà.

A cura di Simone Macciocchi

Instagram: arvolturazine