Bella, disponibile ma non per tutti, è lei la regina di Arte Fiera

Tagliando a trecento chilometri l’ora una cara e vecchia Emilia sedata, i pensieri si fanno densi. L’odore della carta, il viaggio, l’inchiostro nero e profondo si confondono fra le pagine del quotidiano. Stiamo correndo verso la tragedia. Qui, al caldo, tutto appare tranquillo; la, in mezzo al mare, la nostra dignità perduta.
Poi, il caso, incontri Matteo Bergamini nel breve tragitto fra la stazione e i padiglioni, non hai ancora letto il suo editoriale su Exibart ma è come fosse già tuo, di tutti. L’Italia e la crisi, l’arte e il sistema culturale; le sentite righe scorrono dal mondo al nostro paese bello e disgraziato.

Sorridi, pensi al passato, e poco dopo ti rendi conto che di Rossa, a Bologna, è rimasta solo lei, la più amata, la più desiderata, internazionale e affascinante: la Shopper di Arte Fiera.

Utile a contenere la cartella stampa e i tanti testi offerti fra gli stand, si trasforma in segno distintivo, si muove fra i corridoi, sotto le torri, nelle sale dei palazzi più antichi e prestigiosi. Vive la sua gloria pochi giorni, come le farfalle.

Oggetto simbolo, collassa in se l’universo che l’ha creata e si fa sineddoche.
Bologna, La settima funzione del linguaggio (Laurent Binet, la Nave di Teseo), Roland Barthes, solo qui una semplice borsetta in cotone può davvero mostrare l’istantanea di una nazione.

Effimera e commerciale, applica alla cultura la deriva negativa del mercato, utilizza un sistema consolidato che permette un’ampia diffusione del brand. Passeggiando si promuove un’azienda, si mostra un logo; in metafora, si perpetua la piaga italiana del volontariato (o quasi) in campo artistico.

La Rossa è un’occasione persa, una delle troppe.

Promuovere l’arte è un atto politico; si propone una visione del mondo, della cronaca.
Arte Fiera ha raccontato giovani artisti molto interessanti, ricordato, in media internazionale, le firme storicizzate ma ha mancato l’incontro con il presente.

L’arte è un urgenza di espressione. Di cosa è più urgente parlare se non della tragedia dei migranti, della questione lavoro, del clima devastato.

Nella sua colta, quasi distaccata raffinatezza, Artissima ha indagato, lo scorso anno, una tematica di ricerca attuale e sottile, il suono. Onda di vita che non conosce barriere, aperta e libera, senza frontiere.

La nostra fiammante borsetta poteva alzare la testa, farsi autorevole tramite di comunicazione, accendere l’attenzione dell’opinione pubblica per dare spazio, con fermezza, alla voce di chi opera quotidianamente e concretamente in difesa delle persone abbandonate in mare, in difesa del clima e per la creazione di un mercato del lavoro etico e futuribile. Fare cultura è principalmente questo, dare sostegno alle idee, diffonderle.

Non ha avuto coraggio, non hanno avuto coraggio.

Di cosa parlare allora? quanto sembra vuoto indicare le opere più convincenti, le gallerie meritevoli che conducono con impegno un lavoro di altissima qualità.
Non fraintendiamo, il movimento culturale di questo paese, non secondo a nessuno, è la speranza, l’unica via d’uscita da questo diffuso medioevo.

Sul treno che conduce verso casa, fra ritardi biblici, è troppo triste, forse feroce, scrivere di arte quando fuori è la tempesta, dentro la rivolta.

Marco Roberto Marelli


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Arte Fiera 2019: opere e pubblico – Ph credit Arte Fiera



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