Appocundria a CASA TESTORI, “una casa lontano da casa”

Se l’Altrove non è più oggetto di indagine in senso antropologico, lo è invece il mondo contemporaneo con un continuo flusso di fenomeni migratori, in cui la dimensioni del vivere opera uno spostamento del baricentro identitario. Questo determina nuove prospettive, agisce nella dimensione emotiva alimentando un sentimento dell’abitare che rivela nostalgia e malinconia, la cosiddetta saudade (termine brasiliano), che trova una traduzione con il napoletano “appocundria”.

Da queste suggestioni nasce Appocundria, mostra ospitata a Casa Testori (Novate Milanese) e realizzata con il contributo di Fondazione Cariplo. In occasione del decimo anno di attività, Felipe Aguila, Cláudia Alexandrino, Margaux Bricler, T Yong Chung, Oscar Contreras Rojas, Enej Gala, Adi Haxhiaj, Délio Jasse, Mohamed Keita, Iva Lulashi, Saba Masoumian, Stefan Milosavljevic, Alek O., Maki Ochoa, Barbara Prenka, Agne Raceviciute, Olga Schigal, Caterina Erica Shanta, Hsing–Chun Shih, Agnese Skuijna, Natalia Trejbalova, Gosia Turzenecka, Nicolas Vamvouklis, Aleksander Veliscek, sono stati coinvolti dalla curatrice Marta Cereda in una riflessione sul senso di mancanza come causa di uno sradicamento geografico e sulla conseguente ricerca di radici.

Se “abitare significa lasciar tracce”1, gli artisti raccontano, con linguaggi e estetiche diversi (non sempre in maniera autobiografica), quelle che hanno lasciato o che si sono sovrapposte nel loro passaggio, colmando i vuoti attraverso suggestioni, oggetti o azioni, nel tentativo di ritrovare una casa o elaborandone una nuova forma possibile.

Gli oggetti diventano il luogo dell’incorporazione di ricordi, messaggi e simbologie che acquistano significato nella narrazione visiva attraverso gli ambienti. Per Adi Haxhiaj (Albania, 1989) sono un cuscino e i disegni su carta mentre per Alek O. (Argentina, 1981) le tracce conservate sul tappeto all’ingresso dove passano i visitatori o quelle lasciate dal tempo su una tenda. Il legno, appartenuto alla famiglia di Agense Skujina (Lettonia, 1985), diventa materia su cui realizzare paesaggi pittorici, come le mappe di due terre lontane (quella d’origine e quella che lo ospita) nei paraventi di Oscar Contreras Rojas (Messico, 1986). Se gli oggetti di Rojas sono mutazioni di cose recuperate, in Mutant, di Enej Gala (Slovenia, 1990), sono trasformati in sculture ibride o depositarie della vita domestica. Al quotidiano si ispira il letto singolo di Margaux Bricler (Francia, 1985) la cui resa rimanda alla storia dell’arte, innescando il dubbio sul suo uso “desco, giaciglio o sepolcro”2.



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Una condizione di provvisorietà scaturisce dalla memoria famigliare, che diventa appiglio per mantenere vivo un legame e un’identità nella distanza. Il video di Felipe Aguila (Santiago del Cile, 1977) è un confronto generazionale (padre e figlio) e un incontro con i ricordi degli amici nei paesaggi architettonici su carta; mentre per Iva Lulashi (Albania, 1988) è il pretesto di rendere, attraverso il mezzo pittorico, l’erotismo (negato dalla cultura) e una certa idea di sensualità. Caterina Erica Shanta (Germania, 1986), racconta la storia personale con porzioni di immagini (video e fotografie) tra frammenti e vuoti; per Mohamed Keita (Costa d’Avorio, 1993) la fotografia diventa il mezzo per ricostruire tre anni di viaggio verso l’Italia e mostrare la strada come casa. Olga Schigal (Russia, 1980) prova a sradicare le radici attraverso le omissioni, con un album di famiglia stampato in negativo e visibile solo in controluce, e con la sua idea di casa-mobile, un camper (in giardino) che è anche spazio per le performance.

La rievocazione dell’infanzia è un tentativo di riappropriarsi della propria storia. Stefan Milosavijević (Serbia, 1992) la ritrova nei residui di spugna colorata e negli episodi di violenza disegnati sul muro (in dialogo con il lavoro permanente di Massimo Kaufmann) o, ancora, nei razzi in ferro e nei bossoli con piume colorate. Per Hsing-Chun Shinh (Arabia Saudita, 1986) è invece un suono, l’audio di una fabbrica tessile, che fa da sottofondo a un’opera incompiuta, un tessuto che non è ancora stato confezionato. Se i teatrini di Saba Masoumian (Iran, 1982) riproducono bagni, segnati dall’abbandono, che si inseriscono come replicanti nella toilette al primo piano della casa, il teatro domestico di Natalia Trejbalova (Slovacchia,1989) è il camino della sala, focolare per eccellenza, in cui fa confluire una vegetazione alterata con fiori e piante artificiali e reali.

La natura avvolge lo spettatore in effettivi paesaggi sonori3 e visuali, in una sovrapposizione di memorie passate e attuali. Le immagini di Nicolas Vamvouklis (Grecia, 1990) affrontano, con leggerezza, il tema del trasloco umano, con gli oggetti personali, e quello animale attraverso il video dei fenicotteri di uno zoo spostati in un ambiente chiuso per sfuggire a un’influenza. La nostalgia di casa si fa concreta nei block sovietici disegnati su grande scala di Gosia Turzeniecka (Polonia, 1974) e nei disegni di Cláudia Alexandrino (Portogallo, 1988) che raffigurano due abitazioni interrotte da una linea tratteggiata che simboleggia la difficoltà del percorso. Un’idea di spazio che per Maki Ochia (Venezuela, 1991) si dilata in un paesaggio “domestico e selvatico” con Quinta Elizabeth. La veranda della casa della nonna è ricostruita, realmente, con il pavimento di foglie, la grande gabbia per uccelli, la scritta al neon e i suoni in sottofondo. Ma un viaggio inizia sempre dai documenti che certificano l’identità o stabiliscono il confine, nel suo essere margine o nel suo superamento, che per Aleksander Velišček (Slovenia, 1982) si traduce nella reinterpretazione della prepustinica: il lasciapassare tra Slovenia e Italia.

L’itinerario si fa introspettivo in quel girovagare raffigurato dalle vorticose pennellate a colori di Barbara Prenka (Kosovo, 1990), con i “monoliti” di Agne Raceviciute (Lituania, 1988) che diventano il pretesto per indagare un concetto psicoanalitico del vedere e dell’essere visti; nell’ambiguità dell’identità, tra il vuoto e il pieno, dei ritratti scultorei di Giovanni Testori, realizzati da T-yong Chung (Corea, 1977) o, ancora, nelle suggestioni delle fotografie correnti e d’archivio di Délio Jasse (Angola, 1980) che sovvertono la visione, offrendo momenti che altrimenti andrebbero perduti.

La mostra, nella sua complessità di sguardi e pratiche, nell’impossibilità di intercettare tutte le possibili rappresentazioni dell’appocundria o di rendere la “casa lontano da casa”4, resta essa stessa il simulacro di un viaggio dentro una dimora (reale) alla ricerca di un altrove.

Elena Solito


1) W. BENJAMIN, I “Passages” di Parigi, Einaudi, 2000
2) Appocundria, Casa Testori, catalogo 2019, pag.11
3) R. MURRAY SCHÄFER, Il paesaggio sonoro. Un libro di storia, di musica, di ecologia, Casa Ricordi, collana Le Sfere, 1985
4) Appocundria, Casa Testori, catalogo 2019, pag.11


APPOCUNDRIA

A cura di Marta Cereda

01 aprile – 9 giugno 2019

Casa Testori – Largo Angelo Testori 13, Novate Milanese 

www.casatestori.it

Instagram: casatestori


Caption

Quinta Elizabeth, Maki Ochoa – Appocundria, Installation view, Casa Testori, Courtesy Casa Testori, ph Maki Ochoa

Délio Jasse- Appocundria, Installation view, Casa Testori, Courtesy Casa Testori, ph Maki Ochoa

Stefan Milosavljevic, Carnivorous Carnival, 2019 – Piume e bossoli, cm 40×60 (dettaglio) – Gosia Turzeniecka, Block, 2016 – Acquerello su carta, cm 133×144 – Appocundria, Casa Testori, Courtesy Casa Testori ph Maki Ochoa



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