Anna Park e la trasmutazione riflessiva della distopia

Scattando una fotografia si rapisce un frammento di vita cristallizzandolo in un attimo eterno, in maniera inversa, partendo proprio dall’elemento fotografico l’artista coreana Anna Park (1996) – alla sua prima personale europea On Tilt, fruibile fino al 13 novembre presso la romana T293 gallery – spezza il sortilegio della macchina fotografica attraverso il disegno, riuscendo a slegare dalle catene della prigionia l’energia vitale dell’entità vivente. Le sue opere colpiscono rimanendo a lungo impresse sulla retina. Ciò che si vede non è solo carboncino ma è un organismo che respira, che si muove con foga nei limiti della cornice, tanto che in alcuni momenti sembra battere lo spazio e fuoriuscire dal suo supporto impadronendosi del mondo reale, ricordando, per un breve istante, l’abisso del ritratto di Dorian Gray. L’utilizzo del bianco e del nero, e della sua derivata scala dei grigi, non genera un senso di appiattimento o di monotonia ma al contrario non fa altro che accrescere il senso di moto e ondeggiamento, incidendo con più veemenza di uno scalpello le figure nelle trame del quadro. Ogni immagine si incastra nel meccanismo di un concatenamento perfetto all’interno di una costruzione sofisticata e fortemente articolata, nella quale si dimenano una moltitudine di masse e articolazioni indefinite. L’abnorme quantità di forme si configura all’interno dello spazio figurativo in sempre nuove combinazioni accumulative, dove la moltiplicazione iperbolica gioca una partita senza inizio ne fine. È una vera e propria stratificazione spontanea degenerativa, la stessa che è causa della costruzione di megalopoli in rapida espansione, e la stessa capace di iniettare nella dimensione privata il virus della frenesia, amplificando quei dubbi e paranoie già presenti in natura nell’essere umano, rendendo l’esistenza un incubo di rapidità e incertezza.



previous arrow
next arrow
Slider


Attraverso la generazione esponenziale, Park riesce a esorcizzare lo spettro dell’ansia contemporanea che affligge la quasi totalità dei giovani di oggi, rendendolo manifesto e di conseguenza mortale. La nuova dimensione assunta dall’entità astratta è ora regalata nelle sagome dai profili taglienti e nitidi, delle quali si prende atto vincendo la claustrofobia di una vita fittizia. On Tilt mette in luce il cortocircuito di una vita artefatta in perenne tensione e gli effetti dell’azione sconsiderata che su di essa esercita l’ansietà. È proprio in questo frangente che l’opera di Park dimostra tutta la forza, stabilendo una connessione unica con il suo interlocutore che nella visione acquisisce consapevolezza, liberandosi finalmente dai suoi fantasmi. L’organicità e l’energia potenziale sprigionate dall’audacia del segno manifestano l’urgenza di volontà espressiva indomita, capace di modificare le sorti di un destino collettivo, mentre la neutralità delle tinte infonde una vitalità ibrida alle linee riportando il pensiero a più fili conduttori della storia della rappresentazione: dagli albori della fotografia, all’epoca d’oro del cinema muto, fino al genere fumettistico, fino alle visioni di un domani di fili e leghe metalliche. La connessione temporale sottolinea con evidenza il valore dell’attualità descritta da Park, che si mostra come un presente affetto dalla deformità accumulativa. L’ossessione dell’acquisizione dettata da un immanente horror vacui disturba il normale accrescimento e sviluppo di oggetti e organismi. L’esplosione è inevitabile e la linearità della forma assume nuove conformazioni degenerative rispecchiando quella che è può essere considerata una deformità sociale. Da contraltare all’ardua articolazione spaziale si trova la semplicità con la quale il tratto elabora la stratificazione compositiva producendo una morbidezza materica e atmosferica che attutisce l’asperità del contenuto senza cancellarne la potenza. Il tutto nasce dalla visione naturalistica del turbinio nel quale sono immerse le vite di ogni giorno. L’artista preleva con un click il flusso vitale di strade, piazze e differenti luoghi di aggregazione ricodificando il segno digitale in tratto analogico. Il pixel si converte in carboncino eliminando l’elemento asettico e acquista profondità emotiva. La corazza, ultima barriera di protezione personale, crolla e si viene travolti dalle fragilità e dalle controversie di una vita macchiata dall’errore. Quella di Park è un’opera che si impone con decisione ma anche con estrema delicatezza, mettendo sotto il riflettore quell’ambiguità e quei paradossi della contemporaneità che devono essere prima assimilati per poi essere affrontati. In quest’ottica il lavoro di Park è un continuo work in progress verso un’esperienza di conoscenza e accettazione dei mali e dei vizi del presente, volta al compimento di un vero e proprio mutamento antropologico. Forse solo le parole mastodontico, maestoso e iperbolico possono dare una qualche idea di quella che è l’ampiezza della ricerca di una personalità come Anna Park, un’artista che nel fiore dei suoi anni vive un luogo di contraddizioni, la Corea del Sud, riuscendo non solo a non farsi travolgere, ma perfino ad emergere con l’eleganza di un cigno, abbagliando con il coraggio e l’intensità delle proprie visioni.

Erika Cammerata


Anna Park

On Tilt

3 ottobre – 13 novembre 2020

T293 – Via Ripense 6 – Roma

www.t293.it

Instagram: t293_gallery


Caption

Anna Park, On Tilt – Exhibition view, Galleria T293, Rome, 2020 – Courtesy of the artist and T293