Fu Giuseppe Mazzini stesso, in persona, o quasi, a rischiare di farne le spese. Bettino Craxi doveva temporaneamente prendere il suo posto, a Carrara, nella centralissima Piazza Accademia. Il monumento dell’uomo simbolo di Tangentopoli, creato/trovato da Maurizio Cattelan, finì al cimitero, perché li era il suo posto dopo la morte del progetto. Era il 2010 e Fabio Cavallucci poneva l’attenzione sul significato e sulle modalità del fare scultura oggi. Post monument – XIV Biennale Internazionale di scultura di Carrara fu anche un grande catalogo dove il pensiero correva ampio fra le interviste a Zygmunt Bauman e a Mikhail Gorbaciov.
Con la mostra eud il duo artistico Alis / Filliol si inserisce all’interno del più attuale dibattito estetico, proseguendo e arricchendo, attraverso una riuscitissima tappa, il loro personale percorso di ricerca sulla scultura attraverso la scultura. Realizzata all’interno degli spazi della Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano, l’esposizione, che rimarrà aperta al pubblico fino al 27 ottobre, si inserisce all’interno dell’iniziativa Project Room curata da Simone Menegoi e atta a mette a disposizione, di alcuni artisti under 40, spazi e competenze in materia di ideazione e produzione per creare un rapporto vincente fra nuove idee e conoscenze consolidate.

Alis/Filliol

eud (2017) – poliuretano, 180×90×60 cm e 200×140×70 cm – courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro, ph Carlos Tettamanzi

Già dal primo impatto con l’opera risulta evidente il processo di ribaltamento e analisi intrapreso da i due artisti. Una tenda a strisce verticali, di spessa plastica trasparente, separa l’ingresso da uno spazio completamente invaso da una fitta nebbia grigia. Passata la soglia, la prima sensazione è di natura olfattiva, l’opera ci invade attraverso le narici. Lentamente, fra timore di brutte figure e orientamento smarrito, proseguiamo all’interno dello spazio, la nostra vista si abitua e vediamo emergere due strane figure, quasi minacciose, di una natura artificiale e magmatica. Nell’angolo in basso a sinistra scorgiamo la macchina del fumo e capiamo la volontà di un gioco indefinito fra nebbie milanesi, nebbie ottocentesche e funzione della scultura, di quel fare che nasce come idolo e che cresce come monumento. Siamo protetti, nessuno ci può vedere, cade il dogma antico, “possiamo” allungare la mano per toccare, inaspettatamente sembra polistirolo, oscilla senza pericolo di caduta, forse.

Rita Alis e Marilena Filliol, o meglio, i loro figli, Davide Gennarino (1979) e Andrea Respino (1976) sono i migliori rappresentanti di quella generazione di artisti nati negli anni Settanta, di quegli Eraser che, come la famosa gomma blu e rossa, cancellano anni di ritorni e provocazioni per ripartire da zero, per ripartire da un discorso che si fa scoperta su materiali e procedimenti alchemici 2.0. Meno celebri, ma non meno interessanti, del loro coetaneo Urs Fischer, si confrontano in maniera profonda con la storia per trasformarla in racconto. La scultura ottocentesca viene a perde la sua funzione celebrativa e torna a essere considerata a partire da un processo produttivo fatto di mani che plasmano e materia magmatica che viene forgiata. Materiali e corpo dello scultore sono al centro del lavoro e delle opere stesse, come in Occupare il minor spazio possibile, prodotta a Carrara nel 2010. Nelle loro realizzazioni, natura e cultura trovano una nuova sintesi ibrida, i volti si fanno distorti e la volontà della materia lotta contro la volontà dell’uomo, come nei lavori dello “scultore” svizzero, classe 1975, Christian Gonzenbach.

Alis/Filliol

eud (2017) – poliuretano, 180×90×60 cm e 200×140×70 cm – courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro, ph Carlos Tettamanzi

Nella sala avvolta dal fumo, emergono due corpi in divenire, due colate dure alla sola vista, due sculture accademiche dal cui scioglimento si salvano solo delle teste che sembrano fuggite da un museo dell’Ottocento. Antico e moderno vivono nello stesso spazio in un’atmosfera che gioca fra la celebrazione e il nascondimento, il dualismo fra finito per sempre e l’impossibilità di una fine e di un fine ci conduce verso un mondo che ha perso il potere del monumentale e che è oggi alla ricerca di nuove storie e nuovi simboli.

Marco Roberto Marelli

 

ALIS/FILLIOL

EUD

20 settembre – 27 ottobre 2017

FONDAZIONE ARNALDO POMODORO – via Vigevano, 9 – Milano

www.fondazionearnaldopomodoro.it

Immagine di copertina: Eud (2017) –  poliuretano, 180×90×60 cm e 200×140×70 cm – courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro, ph Carlos Tettamanzi

 

Marco Roberto Marelli
Storico e critico d’arte si laurea in Arti Visive nel 2012 a Bologna. Nato a Monza nel 1986 lavora come autore e curatore indipendente dopo aver collaborato con prestigiose realtà culturali in Italia e all’estero.