Alice Mestriner e Ahad Moslemi: Humus e il peso della polvere

Una casa vuota non lo è mai completamente. Pensare che lo sia è un inganno linguistico. Una casa racconta la sua storia nella struttura, nei suoi arredi e nel trasferimento di proprietà (che sia una vendita, un’eredità, o un abbandono). Conserva ritrovamenti talvolta effimeri e insignificanti che sono indice di un passaggio di specie (umane o non umane), di contesti culturali e sociali, e delle epoche che l’hanno attraversata. Restano spesso documenti e immagini, altre volte invece possono essere oggetti. Come la carta parati con le roselline piccole, che si arrampicavano sulla parete della camera da letto di Caterina. Un elemento d’arredo di lusso nella storia delle sue origini, che trova la sua diffusione nella dimensione domestica negli anni Settanta, cui non si sottrae nemmeno la nonna. I mobili in noce di Fausta passati da una casa all’altra, e i gioielli cuciti nella fodera del cappotto, sono il risultato di uno spostamento per sfuggire alla deportazione ebraica. Da Norma e Bruno erano l’infilata di libri che occupava la sala biblioteca della casa in montagna da cui si guardava il lago. Libri che ero solita sottrarre per leggerli nella casetta di legno a misura di bambino nel giardino, che fu chiusa quando trovarono un serpente nel mini-frigorifero. E poi c’era la vecchia casa milanese di Nanda con molte rarità dei primi del Novecento: dalla vecchia cucina, all’album delle fotografie del funerale dei genitori la cui bara era trasportata da cavalli, alla pescera d’argento persa a seguito dei tanti traslochi. Talvolta il vuoto si fa più consistente lasciando scheletri e architetture con pareti disadorne, residui di materiali e soprattutto tanta polvere che si accumula nel tempo.

La polvere è indice del tempo e di un atteggiamento di cura. Siamo abituati a considerala come qualcosa di respingente, tuttavia può diventare materiale d’elezione per raccontare “l’insieme di presente, passato e futuro”, come sostengono Alice Mestriner (Treviso, 1994) e Ahad Moslemi (Teheran, 1983). La ricerca sulla polvere inizia qualche tempo fa a partire proprio da una casa seicentesca Villa Meno Giordani Valeri (Quinto di Treviso), in cui hanno realizzato Identity Interaction, recuperando i segni lasciati dal tempo e da coloro che la hanno abitata, “una costante presenza di oggetti assenti”. Oggetti cui danno forma utilizzando linguaggi diversi, che diventano opere singole, ma che insieme acquisiscono una nuova tensione.  

Gli artisti sono interessati a sondare quel sottile rapporto che lega l’umanità – la humanitas, che comprende l’umano e il non umano e la sua condizione esistenziale. Rintracciano ciò che è nascosto e incorporeo, per riportarlo in superficie e restituirgli un senso. Si muovono sul terreno delle significazioni adottando una prospettiva microscopica, rivelando gli aspetti dell’invisibilità e del linguaggio, poiché anche l’atto linguistico è un contesto ambivalente, “un elemento di disturbo” (come dicono) influenzato dal contagio dell’interpretazione. Potremo affermare che Mestriner e Moslemi siano insoliti esploratori, che scrutano il desiderio di sopravvivenza della polvere. Un agglomerato di provenienze diverse in cui le residuali particelle quotidiane si accorpano in forme sostanziate nelle opere, che acquisiscono un riconoscimento per via dell’ampio vocabolario visivo umano. In Humus, che dà il titolo all’ultima mostra da Casa Vuota a Roma, la polvere è cucita sulla tela. Un lavoro che può essere un tappeto o un arazzo, realizzato proprio all’interno della casa, in cui gli artisti hanno lavorato attraverso una modalità lenta e maniacale. L’immaginario riprodotto attinge a un simbolismo zoomorfo e vegetale (pesci, tartarughe, draghi e alberi), prelievo da una cultura mediorientale e dalla tradizione della tessitura persiana. Tradizione che conserva tecniche composite e iconografia specifiche, in grado di raccontare la relazione dell’uomo con la natura. 

La mostra curata da Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo, presenta altre opere che si annidano nelle stanze, come la tavola di Futuro Anteriore. Come in un lavoro precedente Abitudini Ripetitive, la natura morta raffigura oggetti che appartengono alla cultura materiale umana, eppure restano sospesi in un tempo che sembra congelarli nell’istante dello sguardo. Sembra, scriviamo, poiché parlare della dimensione temporale significa affermare il potere trasformativo dell’umanità. Come si trasforma l’immagine della società rappresentata da Abaco, la tela della polvere, in un insieme multiforme di pensieri, aspettative e desideri dell’esistenza. In Archivio di ritratti (buste, carte, documenti e reperti) si ripercorre la provenienza della polvere che si è insinuata nei luoghi, raccontandone le storie e le identità che l’hanno abitata e raccolta. 

Casa Vuota è un appartamento che conserva i segni di coloro che lo hanno abitato in precedenza. Impronte che non sono state cancellate, al contrario ne è stata preservata la presenza, così come i passaggi successivi. Un contenitore fortemente caratterizzante in cui gli artisti invitati devono necessariamente confrontarsi con quelle storie, costruendo dialoghi inattesi. Gli ospiti, che è stato anche il titolo della mostra di apertura nel 2017, da un lavoro di Pierluca Cetera, si riappropriano dello spazio ridefinendolo e ricontestualizzandolo. Nel caso specifico della mostra di inaugurazione, le figure pittoriche a grandezza naturale di Cetera, occupavano le pareti come presenze spiazzanti per lo spettatore che entrava in una casa, tuttavia, svuotata dai suoi elementi costituivi come arredi, oggetti e suppellettili. In Casa Vuota la domesticità rimane intrappolata nella struttura e nell’estetica dell’appartamento, lasciando un “vuoto fisico” che nella teoria dei campi, è in realtà permeata da fluttuazioni quantistiche che modificano lo stato apparente di vuoto. Ed è in questa condizione mutevole che gli artisti intrattengono una relazione dialogica, diversamente dai più classici white cube con pareti bianche e pavimenti lucidi. Non è comunque del tutto inusuale la scelta di utilizzare posti non convenzionali e soprattutto domestici, nella storia dell’esposizione della contemporaneità. Esperienze che hanno condotto a nuovi formati espositivi. Dalla prima mostra del 1974 di Harald Szeemann nel suo appartamento nella città vecchia di Berna, sul nonno Étienne; a Chambre d’Amis di Jan Hoet, una mostra diffusa con opere dislocate in case diverse di Gand e aree limitrofe, a The Kitchen Show, di Hans Ulrich Obrist, con opere di Boltanski e Fischli e Weiss, nell’appartamento in affitto a San Gallo, sebbene questi fossero luoghi abitati, a differenza di Casa Vuota. 

Lasciare le tracce del passato senza alcun tipo di intervento significa ragionare in un’ottica di estremizzazione conservativa, custodendo i percorsi, le sbavature, le ferite e i ricordi, per non sottrarli alla storia. In questo contesto estetico e concettuale Alice Mestriner e Ahad Moslemi costruiscono un percorso frutto di un metodo scientifico, che ha origine dall’archiviazione della polvere raccolta, opportunamente catalogata, in cui anche l’archivio delle tracce diventa un’opera che mostra il fare processuale degli artisti. La polvere nella sua accezione sostantivata rimanda al terreno e al suolo, ed è composta da particelle microscopiche che possono diventare macroscopiche. Sostanze rinvenute nei diversi luoghi in cui si deposita, come quella degli ambienti industriali e professionali, che si forma dalla disgregazione dai materiali utilizzati, o quella più comunemente domestica. La polvere si addensa, diventa corpo visibile e tangibile. È materia con cui costruire narrazioni poiché residuale di una humanitas, che sopravvive nella dimenticanza e nell’oblio. Una sopravvivenza antropologica (di quelle di cui abbiamo già parlato in altre occasioni), in grado di rivelare le identità mutevoli della natura (umana e non umana). Humus è forma di questa transizione, e si fonda su una sorta di rituale di passaggio delle informazioni incorporate, tra aspetti organici e culturali, che ingredienti come il tempo e il linguaggio sono in grado di trasformare.

Elena Solito

Instagram: alice_ahad