Alberto Burri, pittore della materia alla FONDAZIONE PALAZZO ALBIZZINI E EX SECCATOI TABACCHI (Città di Castello)

La bellezza della materia è insita nell’anatomia compositiva della sua costituzione. Un’espressione indipendente dalla sua forma che attraverso le proprietà tecniche, estensive e intensive, diventa duttile e arrendevole, solida e rigida, forzata e piegata dalle esigenze e dalla volontà individuale. Materia e materiali senza valore (apparente), residui, macerie e frammenti che si fanno custodi delle tracce di un passaggio umano o industriale, di esperienze e di storie. Storie che attraverso le ricomposizioni artistiche trovano nuove narrazioni e significazioni.

Le avanguardie hanno contribuito alla definizione di un nuovo vocabolario estetico, di una lettura critica differente e di una rivalutazione del gusto collettivo in questi termini elaborando nuovi paradigmi visivi. All’inizio furono le decontestualizzazioni di Duchamp, le esperienze dadaiste e i collage di Kurt Schwitters, gli assemblaggi dei poveristi per giungere alle evoluzioni più concettuali in cui l’oggetto come opera d’arte perde la sua funzione, il suo ruolo e, soprattutto, la sua fisionomia. Dalle astrazioni ideali alle astrazioni formali dell’espressionismo astratto americano di Mark Rothko, di Jakson Pollock, di Willem de Kooning e Barnett Newmann, sulla scia delle esperienze surrealiste ma soprattutto dei primi espressionisti.

Forme differenti o non forme, nuove immagini scultoree e installative o per restare in ambito pittorico, segni e agglomerati di colore con pennellate libere da confini riconoscibili. L’idea di una non forma o più precisamente di un’arte informale è elaborata dal pensiero del critico francese Michel Tapié nel 1952 con il libro “Un art autre” e successivamente con una mostra che prenderà lo stesso titolo in cui saranno presenti, tra altre, le opere di Alberto Burri, Jean Dubuffe, Willem de Kooning.

In questo quadro generale di sperimentazioni, pre e post belliche, si colloca Alberto Burri (Città di Castello 1915 – Nizza 1995), sensibile a una certa idea di informale che fa uso di materia prelevata dal quotidiano e inclusa nell’opera stessa. Il suo agire si discosta dalle istanze più gestuali, in cui l’azione assume un ruolo quasi performativo, e da quelle segniche, con una valenza più grafica ma non per questo iscrivibile all’interno di un territorio così circoscritto.

La pittura di Alberto Burri è monumentale. Supera l’idea e la pratica pittorica, giunge a inglobare elementi che acquistano volumi e pesi specifici estendendosi in corpi che occupano lo spazio fisico dell’opera, dilatandone confini formali e concettuali.



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Il linguaggio è quello tradizionale del colore carico e pastoso, del pigmento come forza generatrice, impasto di sostanza nella sua resa piena e satura. I neri e i bianchi, il rosso di Rosso plastica 1964, i colori misti e quelli delle opere in cellotex degli anni ottanta (Viaggio 5, Orsanmichele, Orti e il ciclo Sestante). Colore che implode sulla superficie estendendosi in un dialogo con elementi che si fanno scultorei come i sacchi, i legni, le combustioni, i ferri e l’utilizzo delle plastiche.

Una scultura lontana dall’idea di corpo anatomico, presenza latente come ferita e cucitura o ancora bruciatura sui materiali e nella scelta degli stessi come le camice e le stoffe. Muffe e catrami, legni, gobbi e cretti, questi ultimi, ottenuti con caolino, vinavil e pigmento, si fanno corpi organici in cui la materia si spezza e si frantuma. Sfida le dinamiche architettoniche nell’imponente cretto di Gibellina (Sicilia), nelle scenografie per il teatro e in quel progetto che ha ritrovato la sua forma e la sua funzione, il Teatro Continuo a Milano, grazie al contributo della Fondazione Burri e dello studio legale NCTM con il sostegno nctm e l’arte.

Sperimentatore, schivo e non circoscrivibile in correnti specifiche, Alberto Burri, costituisce la Fondazione Burri nel 1978, con lo scopo di garantire l’utilità pubblica del patrimonio artistico. Palazzo Albizzini prima e gli Ex Seccatoi del Tabacco poi, a Città di Castello, si inseriscono in questo disegno come memoria museografica del suo immenso lavoro così come considera memoria la materia che utilizza nelle sue opere, capace di conservare e preservare le tracce del passato.

Un percorso non cronologico, allestito dallo stesso artista, che raccoglie i cicli di lavori in contenitori strutturalmente antitetici. A Palazzo Albizzini le opere (dal 1948 al 1985) sono contestualizzate in un elegante palazzo del seicento in pieno centro città e aperto nel 1981. Accoglie il visitatore il piccolo Nero1 del 1948, in successione i Catrami e i Sacchi, le Combustioni e i Ferri, le grandi Plastiche e la bellezza materica della sala dei Cretti, in un armonico incontro con gli ambienti austeri dalle pareti candide. A conclusione, i bozzetti su larga scala per il teatro e la maquette del progetto della piazza antistante il palazzo (al momento non ancora realizzato).

Gli ex Seccatoti del Tabacco si trovano nella zona più industriale della città. Un impianto volumetrico nero formato da undici capannoni (uno dei quali già utilizzato dall’artista come studio) inaugurato nel 1990. Il progetto di riqualificazione ha saputo mantenere lo stesso aspetto materico come linea di continuità con la sua ricerca. L’estetica architettonica composta da blocchi, travi e soffitti altissimi, diventa matrice contenitiva dei grandi cicli pittorici e delle sculture (dal 1974 al 1993), della sezione dedicata alle grafiche permanenti e dell’area BURRIDOCUMENTA. Un lavoro immenso e rigoroso che si estende all’esterno con tre sculture di ferro e all’interno ospita la serie Viaggio (che ripercorre l’evoluzione del suo linguaggio), i cellotex colorati e quelli in cui il nero è protagonista nelle sue declinazioni e accordi formali con l’ocra e la foglia d’oro, dell’ultimo periodo. Nero che irrompe anche nella scultura cinetica di sette metri non molto lontano da li, nei suggestivi cunicoli della cinquecentesca Rocca Paolina (Perugia) che fanno da teatro naturale al Grande nero (1980).

Burri ha saputo, attraverso la pittura, sperimentare linguaggi, sfidando convenzioni e tempi in linea con le esperienze a lui contemporanee. Materializzandone l’aspetto e la consistenza ha conquistato altri territori artistici che hanno permesso al suo lavoro di diventare un monumento alla memoria.

Elena Solito


FONDAZIONE PALAZZO ALBIZZINI COLLEZIONE BURRI

Palazzo Albizzini | Via Albizzini, 1 – Città di Castello, Perugia

Ex seccatoio tabacchi | Via Francesco Pierucci – Città di castello, Perugia

www.fondazioneburri.org


Caption

Esterno Ex Seccatoi del Tabacco, Città di Castello, part. Grande Ferro Sestante, 1982. Ph G. Basilico – Courtesy Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Città di Castello – by SIAE 2018

Sala XVII, Palazzo Albizzini, Città di Castello. Ph G. Basilico – Courtesy Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Città di Castello – by SIAE 2018

Sala E, Ex Seccatoi Tabacco, Città di castello, Grande Ciclo Sestante, 1982 – Courtesy Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Città di Castello – by SIAE 2018

Particolare Sala IX, Palazzo Albizzini, Città di Castello – Courtesy Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Città di Castello – by SIAE 2018



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