Una riflessione sull’assenza: A Friend di Ibrahim Mahama, l’ultima incursione di FONDAZIONE NICOLA TRUSSARDI in città

Tamale è un villaggio del Ghana in cui le percussioni sono considerati “strumenti parlanti”. I tamburi sono capaci di avvicinarsi alle lingue tonali come il dagbani, idioma dei Dagomba; per questo si dice che la musica parli le parole del suonatore di lunna (lo strumento tradizionale). Il tamburo suona una musica “comprensibile” perché è narrazione di storie e tradizioni, ma è anche un confine tra universi sonori diversi1.

I lavori di Ibrahim Mahama (Tamale, Ghana, 1987) risuonano come tamburi in maniera ritmica. Monumentali si fanno metafore di corpi umani con cuori pulsanti e pensieri, che attraverso la memoria delle cose e la percezione dello spazio trasformato, rivelano una profonda attenzione alle urgenze della nostra contemporaneità. Interventi che esistono nella loro temporaneità. L’artista nasconde le architetture della città o gli edifici simbolici, suscitando curiosità, interesse o diventando un elemento di disturbo per lo spettatore. Opere che continuano a esercitare questa forza anche attraverso la loro assenza, quando le strutture sono restituite ai cittadini nel loro stato originario. È proprio nell’immaterialità della loro traccia, che si fanno presenza, ricordo e immagine. Dopo aver innescato un cortocircuito all’interno di un contesto urbano, continuano ad agire nello spazio della memoria.

A Friend di Ibraham Mahama è l’ultimo progetto pensato dalla Fondazione Nicola Trussardi per i Caselli Daziari di Porta Venezia – curato da Massimiliano Gioni in occasione della scorsa edizione della fiera di arte contemporanea milanese. Una collaborazione con il Comune di Milano con sponsor tecnici Confcommercio Milano, Spada Partners, Apalazzogallery, Belluschi 1911, Sky Arte HD e il Festival Cinema Africano, d’Asia e America Latina di Milano.

Il lavoro riflette su questioni o emergenze dei tempi, fenomeni che l’antropologia più recente ha analizzato evidenziando attuali elementi di dilatazione spazio-temporale, di flussi culturali, di dislocazioni globali che mettono in scena drammi sociali, politici ed economici. Convivenze come luoghi indeterminati della ricchezza culturale che rischiano, però, di originare sentimenti sempre più conservativi, nazionalisti e di disorientamento, che oltre i confini portano a innalzare muri (reali), a segnare limiti e soglie.



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Eppure, dovremmo soffermarci a considerare quanto le più grandi civiltà siano state il prodotto di un processo antesignano agli attuali fenomeni di globalizzazione. Attraverso migrazioni continue, colonizzazioni, pratiche di sinecismo riuscite (come quella di Teseo), di sincretismo religioso e modalità di coesione (seppur attraverso conflitti e tensioni).

I sacchi di Mahama rappresentano questa condizione di instabilità sociale, emotiva, economica, politica. Sono l’emblema di un corpo, reale e della storia personale e collettiva. Usati al confine tra Burkina Faso e Ghana, erano trasportati su camion contenenti merci di ogni genere; ma è proprio per via della loro qualità di merce che potevano disporre di corsie privilegiate che gli uomini non avevano, al punto che gli stessi lavoratori erano costretti a scriversi il proprio nome e quello del villaggio di provenienza sulla pelle, affinché potessero essere identificati in caso di incidenti.

Corpi che si fanno oggetto nell’immaginario estetico composto attraverso un collage di tessuti che diventa “un lavoro pittorico di trama e materialità” (Gioni), in un luogo di passaggio come i Caselli Daziari, a loro volta passate zone di confine. Se il sacco, come oggetto, e il camuffamento, come dispositivo, sono stati argomento di discussioni e di pratiche artistiche, seppur con intenti diversi, la juta dell’artista acquisisce una funzione narrativa in cui cogliere testi, voci e sonorità di uomini che resterebbero privi di identità.

In un’epoca in cui l’incontro con l’arte contemporanea ha sempre più il valore di un’esperienza, lo spettatore deve riconsiderare la sua relazione con l’oggetto stesso. Spesso temporaneo, immateriale o inserito in un contesto quotidiano, segue dinamiche estetiche che rompono e distorcono lo sguardo abituale, obbligando a un costante rinnovamento di significato, nel tentativo di riaffermare identità, di sollecitare pensieri e riflessioni.

Interventi di questo genere, che pur non agendo totalmente in ciò che chiamiamo convenzionalmente arte pubblica, si inseriscono nel territorio con una finalità inclusiva, tra l’oggetto estetico e lo sguardo dell’osservatore (non solo quello de pubblico specializzato). “In altri termini le opere non si danno più come finalità quella di formare realtà immaginarie e utopiche, ma di costituire modi d’esistenza o modelli d’azione all’interno del reale esistente”.2 A Friend è un’installazione che incorpora architetture e attiva un processo di trasfigurazione generando nuovi “monumenti” dell’arte, in grado di creare forme di fruizione e di condivisione alternative.

Elena Solito


1) Nicola SCALDAFERRI, Due ritratti dal Ghana, Squilibri Editore, 2018.
2) Nicolas BOURRIAUD, Estetica relazionale, Postmedia Books, 2010.


Ibrahim Mahama

A FRIEND

Fondazione Nicola Trussardi – Caselli Daziari di Porta Venezia – Milano

www.fondazionenicolatrussardi.com


Caption

Fondazione Nicola Trussardi, Ibrahim Mahama, A Friend. Curated by Massimiliano Gioni – Installation view Caselli Daziari Porta Venezia, Milan 2019. Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, ph Marco De Scalzi



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